Paolo Di Stefano segue per un giorno intero donne e uomini comuni, componendo un mosaico dove convivono bellezza, banalità e inquietudine
La brava poetessa Patrizia Cavalli, morta da poco, affermava, parlando di poesia, che nei testi ci deve essere un eros della parola, una sorpresa del pensiero. Ho pensato a questa affermazione leggendo l’ultimo libro di Paolo Di Sfefano (Feltrinelli Editore, agosto 2025), ricordando anche che una delle ultime pubblicazioni della poetessa si intitolava proprio Vita meravigliosa. Dico questo perché uno dei pregi di questo libro va proprio in questa direzione. Del resto, Di Stefano, nato in Sicilia ma cresciuto a Lugano, di parole ne ha masticate tante: diverse le sue pubblicazioni precedenti, come pure le collaborazioni con le pagine culturali del «Corriere della Sera» e di «Repubblica», e anche l’insegnamento di cultura giornalistica in un’università di Milano, città dove oggi vive. Qualcuno lo ricorderà come direttore, per qualche anno, degli Eventi letterari del Monte Verità , o per le rubriche che appaiono regolarmente su questo settimanale.
L’attività di giornalista e di fine osservatore è in fondo la spina dorsale (con tantissime vertebre e tanti ossicini) di questo libro. Protagonista è un passante invisibile, o ubiquo, come lo chiama l’autore, che durante una sola giornata settembrina di gran caldo, segue persone diverse sparpagliate in tutta la penisola italiana, da Milano alla Sicilia. Le ore sono scandite in grassetto, con la precisione di un orologio.
Ma prima di entrare nel vivo della narrazione, dico due parole sulla copertina: il vestito di un libro. Nero, rosso, arancione, montagne nere e azzurro cupo del cielo: in questo paesaggio, un po’ buio ma anche luminoso, si muove una sola persona, intravista di spalle, la sagoma quasi nera con un piccolo squarcio di marroncino; che sia il passante ubiquo che prende forma? O uno dei tanti protagonisti del romanzo che si muovono tutti, come tutti, in una direzione, ognuno dentro una storia personale? O che sia il riflesso di una vita in cui, in qualche modo, possiamo qua e là riconoscerci? Non fosse che per il rumore e il brusio di fondo che accompagna le nostre più svariate abitudini. Le intenzioni dell’autore sono del resto esplicitate da ben quattro citazioni che precedono il romanzo. Mi limito all’ultima, riportando le parole del poeta portoghese Fernando Pessoa: «Dalla vita non voglio altro che starla a guardare. Da me stesso non voglio altro che stare a guardare la vita, sono come un essere di un’altra esistenza che passa».
La prima impressione che ho avuto durante la lettura è quella del divertimento: l’ironia con cui sono descritte le persone cadute sotto l’attenzione del passante ubiquo mi ha fatto sorridere. Proseguendo, progressivamente, il sapore si è fatto agrodolce; nelle storie, normalissime, la fisicità ha fatto capolino, tra odori di piedi e rutti spediti su whatsapp come gioco tra amanti. E il linguaggio è quello della quotidianità , con la volgarità che a volte lo caratterizza. Ad alleggerire il tutto le conversazioni tra un pittore e un giornalista con la barba (l’autore?) sul senso dell’arte. L’arte è forse un modo parallelo di inventare un’altra vita sulle ali della bellezza, al riparo dal rumore della banalità , e dai limiti dell’essere umano, capace da sempre di inventare guerre assurde, come quella ucraina a cui si accenna nel libro.
Chi sono le persone sotto gli occhi dell’osservatore invisibile? Ha poco senso e sarebbe noioso elencarle qui, si può lasciare il compito direttamente all’autore che ogni tanto sente il bisogno di riassumere quello che l’uomo invisibile ha incontrato; riporto un breve passaggio: «… chi cammina senza sapere dove andare, chi rutta, chi scivola, chi esplode fuggendo, chi medita vendette, chi le realizza con coltelli e forbici»; l’elenco è poi molto lungo, ricordo ancora due giovani amiche minacciate da un marito violento, un venditore senegalese che spera di cambiare il mondo, la bimba di uno spot televisivo alle prese con una pesca, un padre che parla con il gatto di sua figlia. Il riassunto che fa ogni tanto Di Stefano è forse il tentativo di legare storie così diverse, per non perdersi e dare anche al lettore l’impressione di leggere una storia sola, stretta nel breve tempo di un giorno. Una giornata meravigliosa, dunque, ma nel senso siciliano del termine che ne amplia il significato; ha un valore positivo ma anche negativo: una giornata memorabile per la sua normalità , tra splendore della vita e orrore.
«E in tutto quel che ho visto io non so chi va e chi resta», conclude l’autore alla fine del suo lavoro, riprendendo una citazione di Montale tra quelle che introducono il volume. A me viene in mente un bel libro di Andrea De Carlo che si intitola Pura vita: alcune parole sul retro di copertina del romanzo di Di Stefano offrono un suggerimento affinché non sia squallida, o dannosa: «Vivete e lasciate vivere, imparate dai gatti».
