La 32.enne senegalese è rimasta bloccata nel territorio spagnolo sperando di poter partire
Ivié vive nell’ombra. A 32 anni, dopo aver lasciato il Senegal, si nasconde a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa del Marocco, grazie all’aiuto di sconosciuti. È una delle persone rimaste bloccate qui dopo le giornate del 30 e 31 luglio, quando migliaia di migranti hanno tentato di raggiungere l’Europa attraversando il confine. La sua unica certezza è un numero di telefono imparato a memoria: quello della sorella che vive a Roma. Chiede il permesso di fare una telefonata, poi un’altra. Infine accetta di raccontare la sua storia.
Non ho mangiato per due giorni
«Sono arrivata a Ceuta con un gruppo di venti persone», esordisce. «Mi hanno chiesto di non dire come siamo arrivati. Eravamo tutti neri, c’erano anche dei nigeriani e una donna incinta del Mali. Non so cosa sia successo: mi sono ritrovata improvvisamente in mezzo a migliaia di persone che correvano. Dicevano: “Stanno sparando”. Nel fuggi-fuggi ho perso la famiglia nigeriana con cui avevo fatto l’ultima parte del viaggio. Erano tutti neri quelli che scappavano, tutte persone come me. Non ho mangiato per due giorni, non sapevo a chi chiedere aiuto, avevo paura di rivolgermi a chi vive qui. Tre donne come me, con due bambini piccolissimi, che si nascondevano insieme a me, mi hanno detto che nessuno aveva dato loro acqua, cibo o latte per i bimbi. E loro avevano anche dei soldi per pagare. Io non ho più nulla. Mi sono nascosta dietro due grate appoggiate l’una sull’altra, al buio dietro una casa. Alla fine ha vinto la sete e la stanchezza e mi sono addormentata. Mi ha vista un uomo che vive lì accanto. Mi ha indicato la porta di casa sua ma io avevo paura di essere uccisa. Volevo scappare ma non riuscivo ad alzarmi. Deve essere arrivata una donna con sua figlia. Ho ricordi confusi perché credo di essere svenuta. Mi hanno portato dentro casa e da allora mi stanno nascondendo loro. Sono locali, sì. Sono di qui. Non tutti sono cattivi».
Da allora Ivié non esce più. «Sono rimasta in strada due giorni e una notte soltanto. Degli altri come me so quello che mi raccontano qui in casa. Io resto qui, ho paura. Stanno passando uomini armati che portano via tutti quelli che trovano. Io sono sola, non so cosa fare e anche questa famiglia non lo sa. Dicono che ci sono persone che portano acqua di nascosto in piccole borse e che cercano i neri nascosti per darla loro, ma hanno paura di essere visti. Dicono che i militari sono molto cattivi. Vicino a questa casa, mi hanno raccontato, qualcuno ha installato un grande cancello, una barriera. Non sono stati i proprietari della casa ma i militari e loro non possono spostarla. Se vengono a cercare i neri casa per casa mi trovano. Qui non c’è un posto dove nascondermi. Se entrano i militari, mi trovano e mi portano via».
Ivié racconta di essere entrata a Ceuta nelle ore in cui la città è stata travolta da un afflusso senza precedenti di migranti provenienti dal Marocco, oltre 70 mila secondo le autorità spagnole. Molti hanno raggiunto l’enclave attraverso l’area di frontiera di El Tarajal. In poche ore le strade di Ceuta si sono riempite di migliaia di persone in cerca di un riparo o di una via per proseguire verso l’Europa continentale. Per molti, però, la città si è trasformata in una trappola. L’esercito ha riportato oltre confine gran parte delle persone entrate. Della maggior parte dei migranti riportati in Marocco si perdono rapidamente le tracce. I Governi parlano di rimpatri e trasferimenti lontano dalla frontiera, ma ricostruirne i percorsi è tutt’altro che semplice. Il bilancio delle vittime è pesante. Mentre i dati continuano a essere aggiornati, varie ricostruzioni giornalistiche parlano di almeno un’ottantina di morti (settimana scorsa), molti dei quali deceduti nel tentativo di raggiungere la città via mare.
A uno ho chiesto dell’acqua: mi ha sputato in faccia
Ivié aggiunge: «Qui in casa dicono che non è normale riuscire a entrare in così tanti. Raccontano che tra i migranti c’erano anche marocchini che indicavano dove e quando passare per entrare». Una testimonianza raccolta dal «New York Times» sembra avvalorare l’ipotesi della presenza di persone incaricate di favorire l’attraversamento del confine. Chiedo a Ivié se abbia parlato con qualcuno che non fosse africano poco prima dell’arrivo a Ceuta. «Non lo so. Ho visto degli uomini che non erano neri e che sembravano conoscere bene la strada. Ma non so chi fossero né da dove venissero. A uno di loro ho chiesto dell’acqua. Mi ha sputato in faccia».
Normalità, una parola grossa
Il Governo Sánchez, alcuni giorni dopo le prime immagini dell’arrivo di massa, ha sostenuto che la situazione stesse tornando alla normalità. Ma normalità è una parola che a Ceuta suona relativa. Ivié racconta infatti che gli sconosciuti che la nascondono continuano a riferirle di nuovi arrivi dal Marocco e di persone che cercano ancora di raggiungere l’Europa. Nel frattempo, immagini diffuse da media spagnoli mostrerebbero migranti intercettati dalle forze di sicurezza subito dopo l’arrivo via mare. Secondo alcune ricostruzioni, le autorità spagnole starebbero cercando di evitare che gli sbarchi via mare si traducano automaticamente nella possibilità di presentare domanda di protezione sul suolo spagnolo (nonostante la Corte Suprema di Madrid abbia stabilito che i respingimenti sommari immediati non si applicano a chi raggiunge a nuoto le enclavi di Ceuta e Melilla, poiché il mare non è una barriera fisica di confine).
