Cosa succedeva quando sono nata, il 9 maggio 1945

by azione azione
12 Agosto 2026

La fine della Seconda guerra mondiale in Europa tra fuochi d'artificio, qualche gazzarra e chi cerca di fare il furbetto

Una mia amica è nata alla fine della guerra, il 9 maggio 1945. Se ne vantava quando eravamo alla scuola elementare! Si chiama Heidi, è un’insegnante pensionata, ama l’opera lirica. Mi piacerebbe farle avere il vostro dono. (Anna)

«Le forze della democrazia costruttiva hanno avuto ragione su quelle della dittatura, dell’imposizione, del razzismo ad oltranza, del settarismo religioso, della menzogna elevata a ragione di Stato». Cara Heidi, la Seconda guerra mondiale sul nostro Continente termina proprio un giorno prima che tu nascessi: l’8 maggio 1945, con la resa incondizionata della Germania nazista, ed è proprio questo il tema forte del numero di «Azione» dell’11 maggio 1945. Con il «Victory Day – giorno della vittoria – celebrato con austere cerimonie nelle capitali alleate», «si chiude uno dei capitoli più neri della storia europea». Già, perché il Giappone non si è ancora arreso: il conflitto prosegue infatti nel Pacifico per quasi quattro mesi e solo il 2 settembre, dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, si arriva alla cessazione definitiva delle ostilità.

Un sospiro di sollievo

Ma torniamo a casa. Dal giornale traspare un enorme sospiro di sollievo e una forte voglia di vita. Si guarda alla ricostruzione, alle «città che risorgeranno, contrade che rivedranno sorgere nuovamente fiori ed alberi». E c’è un’urgenza su tutte: «Sia dato lavoro alle braccia che finora hanno dovuto sostenere fucili e mitragliatori». Da noi viene annunciata la soppressione dell’allarme antiaereo. In Ticino si sparano fuochi d’artificio. Le scuole chiudono, al personale statale viene concessa una vacanza e in tutto il Cantone si tengono cerimonie e manifestazioni. Non sempre ordinate: alcune «hanno dato luogo a gazzarre per cui ha dovuto intervenire la polizia». A Locarno, Lugano e Bellinzona «ci si è voluto sfogare coi fascisti, ricordando i tempi in cui costoro intendevano già farla da padrone in casa nostra». Su «Azione» non manca nemmeno una frecciata a chi cambia improvvisamente bandiera: «Ora che la torta è mangiabile, alla tavola antifascista si siedono anche certi messeri che se avessero un minimo di pudore resterebbero nell’ombra».

L’edizione citata ricorda anche il tentativo di Rachele Mussolini e dei figli Romano e Annamaria di entrare in Svizzera da Chiasso. Vengono respinti perché le autorità «temevano che tra le persone potesse trovarsi nascosto, mimetizzato, camuffato, Benito Mussolini». Si riferisce inoltre dell’atterraggio di alcuni velivoli con disertori tedeschi, tra cui uno a bordo del quale si trovava il Gran Muftì di Gerusalemme, collaboratore del regime nazista, subito rispedito oltrefrontiera.

Con la fine della guerra non terminano però i problemi. «Azione» sottolinea le difficoltà legate all’«occupazione del Reich» e alla gestione di «10 milioni di prigionieri tedeschi». Anche la Svizzera continua a fare i conti con la scarsità di derrate alimentari e con il razionamento dei beni di prima necessità, distribuiti mediante tessere. Nell’Angolo della massaia il settimanale indica le quantità consentite per prodotti come formaggio, carne, strutto, miglio e polvere d’uova.

Basta con le armi

Ma c’è anche chi prova a fare il furbo. Un articolo racconta del mercato nero, «un attentato alla sicurezza economica del Paese»: ovvero chi vende o acquista merci senza tessere, falsifica documenti di razionamento, nasconde scorte o macella animali da rivendere a prezzi maggiorati. Un comportamento che, scrive «Azione», è come quello di «un soldato di una piazzaforte stretta d’assedio, il quale intacca le scorte di viveri per aumentare la propria razione, danneggiando i camerati».

Infine troviamo riportato un episodio che oggi fa sorridere amaramente. Una donna delle campagne zurighesi scrive al giornale, spiegando che la sorella conserva ancora alcuni attrezzi da falegname del marito defunto, «nonché due carabine e altro che vorrebbe offrire al Dono Svizzero», l’organizzazione umanitaria nata nel 1944 per soccorrere le popolazioni europee colpite dalla guerra con viveri, medicinali e aiuti per la ricostruzione. La risposta del redattore è molto significativa: «Oh, le pialle e gli altri utensili da lavoro, sì. Quanta gente ne vorrebbe avere per riassestare in qualche modo la casa in rovina! Ma le carabine… per le vittime della guerra… Basta con le armi».

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