Memoir: per Pierantozzi la malattia non è un difetto da correggere, ma un eccesso che deforma lo sguardo, e la scrittura ne diventa il riflesso più autentico
Non si tratta di autofiction, perché questo genere usa la prima persona singolare per mescolare realtà e fantasia – come accade in Troppi paradisi di Walter Siti. Con Lo sbilico di Pierantozzi ci aggiriamo nella zona del memoir, certo, ma le categorie anche in questo caso traballano o vengono riscritte. Se questi territori, notoriamente, ci avevano abituato a una prosa asciutta, lineare, Pierantozzi invece, memore della prosa di Gadda – ma memore anche di certi avviluppamenti nevrotici della lingua che possiamo trovare anche nel romanzo che è più semplice da accostare a questo, quasi un capostipite nelle pur segnalate differenze, Il male oscuro di Berto, e memore anche della sontuosa prosa dell’ormai un po’ appartato Busi – inventa e impasta una lingua sperimentale, viva, nervosa, tesa e anche, in alcuni punti, felice, tronfia, quasi a mostrare che la malattia psichica – è questo il tema, tremolante, cangiante, difficile, amarissimo del libro – non è il risultato di un minus, bensì di un plus.
Scrive l’autore: «La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva. Io scrivo libri, scrivo sui giornali, sono altrettanto maniacale nell’onorare gli impegni lavorativi, nel seguire la scena letteraria, nel rispettare i miei amici. Io sono generoso perché so che da un momento all’altro potrei aver bisogno degli altri. Eppure non riesco a essere altrettanto disciplinato nell’essere «io», e ogni episodio in cui la malattia si rivela viene visto dagli altri come un sopruso. Quasi pretendessero, data la mia presunta intelligenza, uno sforzo in più per non essere matto. Non sanno che quasi sempre è per una sovrabbondanza di logica che vado in tilt. In questi casi, provare a convincermi di una cosa anche semplicissima può diventare un’impresa».
Lo sbilico è uno sporgersi che è prima di tutto linguistico: l’eccesso psichico diventa eccesso lessicale, preziosismo, che se maniera potrebbe sembrare e per certi versi è, va contestualizzata nella necessità psicotica di leggere la realtà attraverso lenti deformanti e atte a intercettarne gli aspetti sghembi, non irrigimentabili, la pulsazione dionisiaca che scardina il perimetro. È un dolore linguistico, quello espresso in questo libro. Le parole sono spesso l’innesto di nuove crisi psicotiche, che possono durare giorni, e la letteratura è la lente lucida attraverso cui queste crisi vengono rivissute senza esserne inghiottiti.
Ma, attenzione, la letteratura per Pierantozzi – e questo lo ribadisce a più riprese nel corso del libro – non è una cura. La letteratura è il mezzo per riconoscere che la realtà che noi riconosciamo come tale è solo uno strato; come la malattia, mette in tensione questo strato, ne svela la copertura, spariglia le carte, ci obbliga a guardare sotto, in mezzo, dietro. L’ossessione enciclopedica per il mondo, per lo sfibrarsi della materia prima (Emilio Villa la chiamava «l’omogeneo») in mille rivoli diventa malattia e letteratura, un’endiadi impossibile da degeminare.
Corrono in parallelo, si contaminano, sono in fondo consustanziate. Questo libro, sì, è anche un sintomo (ma fossero così tutti i sintomi) nella misura in cui la letteratura stessa è un sintomo. Per non parlare della vita. Non si vuole annullare il dolore, si vogliono cercare nuove forme dello stesso, ravvisarne il molteplice e il balletto dell’eccesso. Il tarlo mentale, il logorio diventa pagina vitale e rumorosa, elegante ma non imbrigliabile. In questo, forse, possiamo ravvisare una qualche forma di felicità , a sprazzi, imperfetta. In sbilico.
