Guillermo Arriaga, flow e garra

by azione azione
12 Agosto 2026

Ritratto: abbiamo incontrato lo scrittore, sceneggiatore e regista messicano già candidato agli Oscar

Il flow (flusso) in lingua inglese, la garra (artiglio) in lingua spagnola, flow and garra, flow y garra, d’altra parte con Guillermo Arriaga, 68 anni di Città del Messico, scrittore (da ultimo, El Hombre, edito in lingua italiana da Bompiani), sceneggiatore (21 Grammi), regista (The Burning Plain) ma a sentir lui soprattutto cacciatore (fin dall’esordio dell’adolescenza e sempre con arco e frecce), il conversare non contempla rallentamenti, deviazioni, soste di comodo. Fasi defaticanti. Disturbanti.

Quindi flow, che c’arriva, in quest’ora e mezza d’incontro con Arriaga, dal campione di basket Stephen Curry, originario di Akron, Ohio, uno che da ragazzino consideravano troppo smilzo, troppo debole, troppo basso per soltanto immaginarsi un futuro glorioso: ebbene, flow (ndr. trance agonistica) è lo stato mentale di massima concentrazione e immersione totale, ogni movimento, in questo caso il tiro a canestro di Curry, 38 anni e purtroppo avviato a fine carriera, diviene fluido, naturale, automatico; un’efficace, vincente azione seriale. «Curry», dice Arriaga, un uomo placido, educatissimo, di sfacciata umiltà, «ha sublimato il flow facendo dell’allenamento, della disciplina, della cura dei dettagli una regola suprema».

D’accordo, il talento e la forza di volontà. Oppure il talento e poi la forza di volontà? Quest’ultima, ripete Arriaga, è la qualità che ci determina; essa s’associa all’indole, può insomma esser congenita, essersi depositata alla nascita per pura casualità in te anziché in me, in noialtri mentre voi proprio no, per niente, spiace, non l’avrete mai, «però è l’ambiente iniziale, ovvero la famiglia, che fa fecondare. Dietro Curry c’è stato l’esempio del papà. Io stesso, di forza di volontà, ne ho molta, e l’attribuisco a mia mamma e mio padre; i miei figli, Mariana e Santiago, loro pure, hanno una prodigiosa forza di volontà».

Quando Santiago aveva dieci anni, stette parecchio col papà sul set di 21 grammi, girando con una macchina fotografica, a rullino. «Si divertì e si concentrò a scattare ritratti degli attori, ne ricavammo un quaderno-album che ha conservato con amore». Nel cast, anche Benicio Del Toro e Sean Penn. Gli dico della scena mastodontica del balletto improvvisato da Del Toro, portoricano, 59 anni, in un altro film, recente, Una battaglia dopo l’altra, e Arriaga sorride, un bel sorriso sincero, generoso: «Benicio è semplicemente Benicio». E allora, già che ci siamo, l’altro divo non-divo? Lui, Penn, peraltro protagonista del medesimo film: «Sean porta dentro di sé una rabbia profonda che gli viene dalla persecuzione subìta dal padre, uno scrittore, durante il maccartismo», in quell’America là, signore e signori, anni Quaranta e Cinquanta, psicosi anticomunista, delirio di massa nel timore di orde di sovversivi dannati, loro e le loro teste che funzionavano e non s’associavano al pensiero comune, sicché talenti e intellettuali ebbero le carriere, e non soltanto quelle, bruciate, la quotidianità guastata e angustiata».

Grazie alla forza di volontà, alla garra, «possiamo far sì che le circostanze sventurate ci seguano invece che schiacciarci»

E questo Sean Penn, 65 anni da Santa Monica, California, il posto delle spiagge larghe all’infinito, del Pacifico dei surfisti, della popolazione di barboni che è un’emergenza sociale cronica, questo Penn ha garra? «Oh oh oh, ma è chiaro!», dice Arriaga. Garra, sostantivo che sta per artiglio, e in senso figurato indica la grinta, la capacità di non arrendersi, il coraggio, la voglia di ricominciare. D’artigliare, giustappunto.

C’è tempo, c’è tempo ancora, avevamo una fascia oraria precisa, ci sarebbe una sessione fotografica che incombe, subito dopo di noi, ma Arriaga non se ne cura, per rispetto dell’interlocutore e per piacere personale nel conoscere ed esplorare il prossimo, chiunque egli sia, domanderà scusa alla fotografa del ritardo prendendosi lui le responsabilità. Andiamo, o meglio torniamo sul corpo: senta, Arriaga, nelle sue opere il corpo degrada, sanguina, s’ammanta di sudore e sporco, viene mostrato per quello che è, per come è, nella nettezza, nel puzzare, nel marcire.

Arriaga ci parla della caccia: «Soffro, soffro nell’assistere all’agonia degli animali – è così, e non ho l’abitudine a mentire. Ma grazie alla caccia mi avvicino agli unici misteri che c’interessano: quelli riguardanti la morte. L’animale si spegne, dalle viscere fuoriescono gas, tutto rimane sospeso, irrimediabilmente sospeso; senza dimenticare che grazie alla caccia posso controllare il cibo del quale mi nutro, lo conosco, lo incontro, lo esamino».

Guillermo Arriaga è divenuto grande come spettatore del cinema italiano, a cominciare da Ladri di biciclette, il 1948, il neorealismo di De Sica. In fondo s’alternano, nei testi di Arriaga, la sofferenza, i piani tragici, i personaggi marginali, un’umanità animalesca, la famiglia che si trasforma in terra di battaglia, la fragilità maschile; per Arriaga, «è consolatorio che non vi sia nulla sotto controllo», esposti come siamo agli eventi, e alle conseguenza di tali eventi, non per forza di grossa portata bensì anche minimi, finanche quasi invisibili, del peso d’un semplice soffio; ma, sempre per Arriaga, «possiamo far sì che le circostanze sventurate ci seguano invece che schiacciarci». Ognuno ha le sue sofferenze, prima o dopo, «la differenza ti deriva dalle modalità con cui gestisci il dolore».

Il suo El Hombre è un viaggio polifonico su più scenari, 848 pagine che richiedono – non per il numero, non siate banali – un’onesta adesione, una piena fedeltà; con Arriaga è come andare in bici su di una salita, e piantarsi a un certo punto, piantarsi, le gambe non vanno, per niente, ma non scendi dalla bici, giammai, anche se sei in solitudine piena, anche se non passa nessuno, non è questo, chissenefrega degli altri che magari ti vedrebbero spingere con la mano sulla sella, chissenefrega per davvero, anche se il flow è andato a farsi benedire, anche se la garra l’è bella che spremuta, succhiata oltremodo, tu non scendi, diamine, ma resisti, e ricominci a pedalare, forza, digrigna i denti, sbuffa, dànnati. Pedala, santo cielo.

Nel suo essere scrittore, Arriaga attacca a scrivere, e scrive, scrive, non guarda indietro, non rilegge, prosegue fino allo sfinimento. «Avevo 13 anni, in una strada di Città del Messico venni aggredito a bastonate. Una bastonata mi centrò proprio sulla colonna vertebrale, rischiai di rimanere paralizzato, furono ore, giorni, settimane drammatiche di attesa, ricordo che non mi lasciai andare, m’aggrappai anzi all’incredibile storia che mio malgrado avevo vissuto, a differenza della maggioranza delle persone che mi circondavano, e pertanto dell’occasione, avendola vissuta, di poterla narrare in ogni singolo dettaglio».