Ci ha viziati con vent’anni di trionfi

by azione azione
12 Agosto 2026

Lara Gut-Behrami ha detto stop. Una scelta logica, comprensibile, ma che rattrista i suoi fan

Non basterebbero mille pagine per raccontare le emozioni che Lara Gut-Behrami ci ha regalato. Per riassumerle, basterebbero per contro le parole che ha pronunciato nel suo messaggio d’addio, in cui ha parlato di felicità, di appagamento interiore, di orgoglio per la carriera, di fortuna malgrado gli incidenti: «Non ho dolori ricorrenti e non voglio averne. È anche per questo che so che è arrivato il momento giusto». Il prossimo 24 ottobre, non la vedremo al cancelletto di partenza del gigante di Sölden. Su quel pendio, nel 2013, aveva conquistato la sua prima vittoria in gigante e aveva lasciato intendere che non era solo una specialista delle prove veloci. Era una campionessa a tutto tondo. L’aveva rivinto nel 2016 e nel 2023. È la Classicissima d’apertura. Come la Milano-Sanremo per il ciclismo.

Il suo addio alle competizioni era atteso. L’avevo intravista, col marito Valon Behrami, all’inaugurazione della AIL Arena. Mi era parsa snella e asciutta. Nulla a che vedere con la muscolarità esplosiva e prorompente di chi sta costruendo il fisico in vista dell’ennesima stagione di gare. È fatta, mi ero detto. Presto o tardi ce lo dirà. E ora che c’è l’ufficialità, sento la stessa tristezza del lettore che scopre di aver letto e riletto tutte le opere del suo autore preferito e percepisce il sopraggiungere di un’ inquietante crisi di astinenza.

Fortissima a 15, 25 e 35 anni

Lara non è stata una meteora. Ha creato in chi l’ha seguita una sorta di assuefazione. Sapevamo che c’era. Che era un fenomeno. Che ci avrebbe comunque stupiti. Longevità ai massimi livelli è il primo concetto-chiave della sua straordinaria carriera. Lara ha attraversato due decenni di grande sci. Da ragazzina, ha lottato contro campionesse come Gœrgl, Meissnitzer, Dorfmeister e Götschl. Nel 2007, non ancora 16enne, con la redazione sportiva della RSI, investimmo alcune giornate in questa giovane formatasi sulle nevi di Airolo di cui si diceva un gran bene. La seguimmo ai Mondiali Juniores di Altenmarkt-Zauchensee, dai quali portò a casa l’argento in discesa.

Pochi mesi dopo, in Coppa Europa, conquistò 7 vittorie, 4 delle quali in 4 giorni a Caspoggio. Da quel momento, fino all’ultimo successo, ottenuto in gigante il 25 marzo dello scorso anno a Sun Valley, la stella di Lara Gut-Berahmi ha solcato i cieli di tutti i luoghi del pianeta in cui si possa scendere a velocità supersonica, su un manto bianco, con gli sci ai piedi.

Da atleta affermata, ha duellato con fenomeni come Maze e Fenninger, che da tempo hanno detto stop. Si è poi ritrovata, negli ultimi anni, a lottare con altre veterane come Vonn e Brignone. Tutte campionesse. Tutte meravigliosamente emozionanti. Tutte costrette a cedere lo scettro di regina assoluta a Mikaela Shiffrin. Ma questa è un’altra storia. La statunitense è fuori gara, perché gli alieni appartengono a un’altra categoria.

Non sto a citare le cifre da brivido di colei che è al quinto posto di tutti i tempi per numero di vittorie. In questi giorni tutti i media le hanno ricordate arricchendole di storie e aneddoti. Ha conquistato tutto: Olimpiadi, Mondiali, Coppe del Mondo. I numeri avrebbero potuto essere ancora più consistenti, se la buona sorte fosse stata più magnanima con la nostra campionessa.

Sono consapevole che nello sci alpino è quasi impossibile lasciare la scena senza infortuni. Posso solo aggiungere che Lara ne ha subiti di contraccolpi che le hanno sottratto mesi e mesi di agonismo. Pensate al banale, ma grave infortunio mentre si allenava in slalom in vista della combinata dei Mondiali di Sankt Moritz del 2017, quelli che avrebbero potuto essere i suoi Mondiali, sulla pista che 9 anni prima le aveva regalato il primo trionfo in Coppa del Mondo.

Oppure quello dell’ottobre dello scorso anno, quando la mente era già proiettata verso la sua ultima presenza ai Giochi Olimpici, a Cortina d’Ampezzo, a due passi da casa. Lara è sempre risorta. Contro la sfortuna. Contro i menagramo. Contro le cassandre. Ogni volta è tornata in pista più forte e motivata che mai. In quest’ultima circostanza non ha voluto. Si è presa il suo tempo per valutare i pro e i contro di un eventuale ennesimo come back. Ha quindi optato per lo stop definitivo.

Mai banale! Anche a costo di non piacere a tutti

Il suo annuncio d’addio è un vero e proprio esercizio di stile. La capacità di mescolare riconoscenza, gratitudine, senso della memoria, gioia per ciò che ha fatto e gioia per ciò che farà, ancora con gli sci sotto ai piedi, è l’ulteriore prova della sua autenticità. Sono certo che dietro le sue parole non si celi la penna di un Ghost Writer.

Lara Gut-Behrami ci ha sempre messo la faccia. Nel bene e nel male. Sotto i riflettori sin da quando era un’adolescente di sedici anni, è sempre stata capace di stupire per la lucidità delle sue analisi. Ha sempre saputo essere critica con il sistema. Soprattutto, è sempre stata dura, quasi spietata, quando si è trattato di mettere a nudo i suoi errori e le sue imperfezioni in gara.

Grazie Lara. Chissà quando un’altra come te ?

Bernhard Russi, Roland Collombin, Peter Müller, Franz Heinzer, Didier Cuche, Beat Feuz e ora Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Via uno qua l’altro. A volte sovrapposti, e contrapposti in roventi duelli rossocrociati.

Lara Gut lascia invece un vuoto preoccupante nello sci femminile svizzero. Camille Rast è il raggio di luce oltre il quale appena si riescono a percepire le sagome delle giovani emergenti. E se, a livello nazionale, possiamo credere che quanto prima la nostra squadra riuscirà a formare campionesse in grado di accendere Mondiali e Olimpiadi, su scala cantonale siamo purtroppo giunti alla fine di un’era. Perché siamo piccoli. Perché siamo a sud delle Alpi. Quindi, le nostre giovani promesse saranno poche e costrette a emigrare per non pagare le conseguenze del riscaldamento globale. Doris De Agostini ci aveva fatto credere che anche da noi tutto fosse possibile. Michela Figini e Lara Gut Behrami hanno trasformato i sogni in realtà. Il futuro, ahinoi, appare complicato. Ma la memoria delle loro imprese innesca processi taumaturgici e consolatori. In attesa di nuovi miracoli, ce li faremo bastare.