Viale dei ciliegi

by azione azione
5 Agosto 2026

Nicola Brunialti, Luce del mio occhio, Lapis (Da 9 anni)

Rozzi e rudi, i Ciclopi – per perpetuare la loro stirpe – andavano a prendere moglie in Grecia. «Prendere», proprio nel senso letterale, perché le poverette non avevano alcuna voce in capitolo. Una volta giunte sull’isola dei Ciclopi, toccava loro il triste destino di sfacchinare al servizio dei mariti. Figli, pulizia, cucina, mentre loro, i mariti, «lavoravano» fuori, andando a caccia e pascolando le capre. Da questo contesto prende il via il nuovo romanzo di Nicola Brunialti, che come di consueto riesce a parlare di questioni serie con leggerezza (che non vuole assolutamente dire superficialità) e soprattutto con umorismo. Qui l’umorismo, favorito anche dall’ambientazione, diventa comicità quasi alla Rabelais, roboante, carnevalesca, clownesca, dove l’inciviltà, l’ottusità e la scarsa attenzione alla pulizia degli incivili energumeni vengono espresse in modo da far scaturire le risate, ma anche le riflessioni.

A fare riflettere i lettori, ma soprattutto i maschilisti energumeni, è una bambina, Antea, rapita per errore da un Ciclope: Antea è un’Amazzone, è ancora piccola ma già forte e ribelle. E soprattutto consapevole dei propri diritti in quanto donna. Antea aprirà gli occhi a Fileno, un Ciclope ragazzino, sui soprusi maschilisti perpetrati alle donne. La metafora di «aprire gli occhi» non è scelta a caso, come non credo sia stata scelta a caso l’ambientazione tra questi giganti da un solo occhio, simbolicamente incapaci di assumere il punto di vista dell’Altro. E oltre a Fileno, Antea aprirà gli occhi anche a tutte le donne dell’isola, rapite, sì, ma ormai rassegnate ad accettare il loro destino. Darà loro consapevolezza, autostima, e la forza di unirsi per far valere i propri diritti. Che neanche nella «civile» e colta Grecia sarebbero poi stati così rispettati, visto che dalla tanto apprezzata «democrazia» le donne erano comunque escluse. Un romanzo divertente, che è prima di tutto una vivace avventura, ma che proprio grazie alla vivacità con cui si fa leggere parla di cose serissime, come la parità di genere, il rispetto, e la libertà di scegliere cosa fare della propria vita.

Vincent Poensgen-Estelle Meens, Ciao ciao bua!, Sonda (Da 3 anni)

La piccola Camilla è al parco, intenta a fare le bolle di sapone, non vede un ciottolo, inciampa, e si fa un graffio sul gomito. «Fa male! Malissimo! Malissimissimo!» grida Camilla in lacrime, mentre un esserino rosso appare all’improvviso vicino a lei. Quell’esserino rosso, con due occhioni, due braccini e due gambette, è la «bua». Il «fa male» personificato in una sorta di spiritello invadente e un po’ fastidioso certo, ma dallo sguardo neanche troppo antipatico, anzi buffo, con cui non resta che provare a familiarizzare. Nell’attesa che se ne vada, ovviamente. Non è nuova nella letteratura per l’infanzia l’idea di dare un volto e un corpo alle emozioni e alle sensazioni, rendendo concreto l’astratto, nonché visibile – e animato – l’invisibile. Spesso ciò che in questo tipo di storie viene reso personaggio sono le emozioni (come ad esempio in Io e la mia paura, di Francesca Sanna, Emme Edizioni; o in La pazienza ama le fragole, di Tina Oziewicz e Aleksandra Zajac, Terre di Mezzo); qui invece, la cosiddetta «bua», come è tipico dei bambini, è più un misto di sensazione (il gomito escoriato che brucia) e di emozione (lo spavento per essere caduta all’improvviso rompendo un momento di gioia pura).

Fatto sta che Camilla quella bua vorrebbe mandarla via, e a renderla almeno un po’ più gentile contribuisce la mamma, che arriva con un bel cerottino (a pois, per l’esattezza, perché si sa i cerottini per le bambine e i bambini rivestono un’importanza tutta particolare). Poi arriva il papà, a dare un bacio magico (anche la bua vorrebbe un bacino ma Camilla è perentoria: quel bacio magico è tutto per lei). Poi arriva il fratellone a leggere una storia, e la storia è così divertente che la bua si assopisce (mentre Camilla è tutta presa ad ascoltare). Di incontro in incontro, con Camilla che si diverte a giocare, a fare, a mangiare, a chiacchierare, la bua si allontana sempre di più, e se ne va lontano, anzi «lontanissimo. Lontanissimissimo». E Camilla ora sa che potrebbe succedere ancora di farsi un po’ male, e quindi incontrarla di nuovo, ma lei prima o poi se ne andrà: ciao ciao bua, che non a caso nell’originale in lingua francese (gli autori sono belgi) suona «arrivederci»: Au revoir, bobo!