Mamme e papà, avete il diritto di essere imperfetti

by azione azione
5 Agosto 2026

Il caffè dei genitori ◆ In un’epoca in cui la cura dei figli è vissuta come una performance la giornalista Rachel Feintzeig lancia un appello ironico e liberatorio: «Arrendiamoci tutti, insieme»

Prima che inizi il nuovo anno scolastico dei nostri figli, proviamo a farci un esame di coscienza. Da anni – giustamente – psicologi e educatori ci mettono in guardia dal desiderio di avere figli performanti. Stavolta, però, concentriamoci su di noi. Se ci guardiamo allo specchio, scopriamo che spesso siamo noi genitori ad avere l’ansia da prestazione: il bisogno costante di apparire presenti, coinvolti, organizzati agli occhi degli altri – e, in fondo, anche dei nostri figli.

Ci autoimponiamo di conoscere le date dei compiti in classe, i giorni delle interrogazioni, le scadenze per gli elaborati della maturità. Recuperiamo via WhatsApp, a qualsiasi ora, le pagine dei libri dimenticati a scuola – anche quando i figli frequentano già le medie o le superiori. Passiamo ore a compilare liberatorie per pomeriggi di paintball o go-kart organizzati da altri genitori. E quando l’amichetto è a casa nostra, mandiamo foto in continuazione per mostrare quanto i bambini stiano giocando bene insieme. Gestiamo le loro agende come fossero manager: sport, corsi, compleanni, appuntamenti. Cerchiamo di essere presenti a ogni evento scolastico, quasi dovessimo dimostrare qualcosa. Perfino Il caffè dei genitori a volte si trasforma in un’esibizione di competenze scolastiche: «I compiti di matematica sulle frazioni non erano chiari». Così, per chi – come me – i compiti dei propri figli non sa neppure cosa siano, la frustrazione monta immediata.

Più che accompagnare i figli nella crescita, sembriamo impegnati in una silenziosa competizione tra adulti, costretti a sentirci inadeguati alla prima défaillance.

Davanti a questa genitorialità performativa, a Il caffè dei genitori vogliamo fare nostro l’appello della giornalista Rachel Feintzeig, che sul «New York Times» racconta di lavoro, famiglia e dei suoi – spesso fallimentari – tentativi di tenere tutto sotto controllo. In uno dei suoi articoli descrive genitori presenti a ogni appuntamento dell’anno scolastico: alla sfilata di Halloween, al laboratorio di San Valentino, perfino alle richieste più improbabili della scuola, come festeggiare il mezzo compleanno di un figlio. Feintzeig ammira quell’entusiasmo e quella disponibilità inesauribile, ma confessa di non avere più energie. E arriva a una conclusione tanto ironica quanto liberatoria: «Arrendiamoci tutti, insieme».

Sappiamo già di esserci ridotti a coordinatori permanenti delle vite dei nostri figli. Un comportamento che, paradossalmente, li carica di ansie infinite. Quando mettiamo la loro esistenza in un frullatore di attività – che vogliamo svolgano anche con risultati d’eccellenza – li sovraccarichiamo di aspettative. Tutto con le migliori intenzioni, certo. Ma vale la pena chiederci: ci muove la dedizione verso i figli o il bisogno, tutto nostro, di convincerci che tutto sia sotto controllo anche mentre siamo in una call senza fine che terminerà solo all’ora di cena?

Come se non bastasse, abbiamo abbracciato anche la genitorialità intensiva.

La genitorialità oggi non viene solo vissuta, ma esibita: i social e le chat creano una visibilità costante che alimenta il confronto tra genitori

La genitorialità manageriale è scandita dal controllo di agende e risultati, dall’organizzazione ossessiva di corsi, sport e attività extrascolastiche. La sociologa Annette Lareau l’ha definita concerted cultivation: un modello educativo in cui i genitori pianificano sistematicamente il tempo dei figli per svilupparne competenze, abilità sociali e opportunità future. L’infanzia diventa così una sequenza di attività strutturate e supervisionate – non un terreno da esplorare, ma un progetto da amministrare.

La genitorialità intensiva, invece, è il figlio come impresa da gestire con efficienza emotiva e organizzativa. La sociologa Sharon Hays, già negli anni 90, parlava di intensive mothering: un modello culturale che chiede ai genitori – e soprattutto alle madri – di essere sempre presenti, emotivamente assorbiti e guidati dagli esperti. Alle donne viene ancora richiesto di essere insieme competitive sul lavoro e onnipresenti nella vita dei figli, trasformando ogni scelta educativa in una decisione da ottimizzare. Recuperare a qualsiasi ora le pagine dimenticate a scuola è, in fondo, un gesto di snowplow parenting: il genitore che spiana la strada ai figli, eliminando ostacoli e frustrazioni prima ancora che possano affrontarli. L’intenzione è protettiva; il risultato, però, è sottrarre ai ragazzi la conquista dell’autonomia.

Mandare foto per mostrare quanto i bambini stiano giocando bene insieme rivela un altro tratto della contemporaneità: la genitorialità non viene solo vissuta, ma esibita. I social e le chat scolastiche creano una visibilità costante che alimenta il confronto implicito tra genitori. La cura diventa rappresentazione pubblica della nostra competenza educativa. Perfino la presenza costante a colloqui, feste e recite rischia di trasformarsi in un segnale pubblico di buona genitorialità. La partecipazione è letta come prova di dedizione, fino al punto che l’assenza appare come una mancanza di attenzione. Come osserva la sociologa Silvia Fargion, la nostra società ha trasformato l’educazione in «una performance da valutare secondo standard di efficienza e perfezione». La cura diventa performance, il successo dei figli la misura del valore di noi genitori.

Arrendersi non significa smettere di amare i figli, ma smettere di competere con noi stessi e con l’ideale del genitore che riesce a fare tutto. È un invito collettivo a disinnescare il perfezionismo genitoriale e restituire respiro alla vita familiare. Ecco perché il richiamo di Feintzeig ci riguarda così da vicino: «Sogno il giorno in cui potremo tutti rallentare un po’ senza vergogna: saltare un evento qui, ignorare una festa inventata lì. Quello di cui ho bisogno è un quorum. Senza di esso, i miei figli continueranno a sentirsi trascurati – tutti i loro amici sono andati all’Esposizione Universale e hanno detto che il cibo in Venezuela era incredibile – e io continuerò a sentirmi in colpa, praticamente sempre, ma soprattutto quando fisso il soffitto alle 3 del mattino».

Arrendiamoci tutti, insieme. Arrendiamoci all’idea di essere genitori impeccabili, all’illusione della presenza totale, alla corsa alla dimostrazione continua. Tra la partecipazione a una (inutile) riunione scolastica – dove ti spiegano che i bambini dovranno imparare a scrivere con la stilografica e a usare la calcolatrice – e una serata in famiglia a chiacchierare a tavola, io scelgo la seconda. Sono un’assente cronica agli incontri di classe. Le chat WhatsApp non le apro da due anni, con il risultato di scoprire spesso informazioni cruciali all’ultimo minuto. E poi, davvero, chi può partecipare a una merenda di classe al Parco Ciani?

Non è un inno al disimpegno, ma il bisogno di darci tregua. Bisogna rifondare il diritto all’imperfezione, ammettere la possibilità di dire al genitore performante – senza sentirsi giudicati – «non so di cosa tu stia parlando». Saltare l’aperitivo di classe senza sentirsi inadeguati. Respirare, non competere. Per dare ai nostri figli tempo vero insieme a noi. Tempo indisturbato. Tempo di noia abbracciati sul divano.