Una sfida ticinese

by azione azione
29 Luglio 2026

Intervista a Max Hofmann, segretario generale della Federazione svizzera dei funzionari di polizia

Da più fronti si parla ormai di un’emergenza. Dopo il tragico femminicidio di Faido, la portata di un fenomeno sempre più radicato nella società è apparsa evidente. E il Ticino, purtroppo, figura tra i Cantoni più confrontati con questa realtà: l’incidenza di femminicidi dall’inizio dell’anno è di gran lunga superiore alla media nazionale. Come intervenire? Come riconoscere una potenziale vittima e individuare per tempo i segnali di rischio? Abbiamo incontrato Max Hofmann, leventinese, da 21 anni Segretario generale della Federazione svizzera dei funzionari di polizia, figura attenta all’evoluzione della società, contraddistinta da un approccio che coniuga pragmatismo e sensibilità.

Max Hofmann, percepiamo fino in fondo la gravità della situazione?

Se facciamo il confronto con la media nazionale, credo urga una profonda riflessione. D’altro canto, però, stiamo aggiungendo nuove misure che hanno bisogno di tempo per trovare terreno su cui potere crescere. Mi riferisco al Piano d’azione nazionale per l’attuazione della Convenzione di Istanbul, adottato da Confederazione, Cantoni e Comuni, che prevede 44 misure nei settori della sensibilizzazione, della formazione e della lotta alla violenza di genere. È, ad esempio, già operativo il numero di telefono 142 per l’aiuto alle vittime che, da una prima analisi, funziona. Infatti, dalla sua entrata in servizio a inizio maggio, si registra una media di 80 chiamate al giorno.

La situazione sta peggiorando?

Assolutamente sì. Io ho lavorato nella polizia cantonale ticinese per 18 anni e siamo sempre intervenuti nelle case della gente, ma la violenza domestica comprendeva anche, per esempio, liti di famiglia o tra fratelli. Va però detto che l’attenzione pubblica verso il fenomeno della violenza sulle donne è cresciuta negli anni: un tempo se ne parlava molto meno e con gli anni sono aumentate anche le possibilità per le vittime di ottenere ascolto e intervento attivo.

Possiamo ben sperare con le nuove misure previste?

Sì, anche se mi chiedo di continuo come potremmo accelerare i tempi. Sono consapevole che ci vogliano più soldi e personale, ma credo che per una causa così urgente varrebbe la pena fare uno sforzo supplementare.

Perché in Svizzera non esiste ancora il reato di femminicidio?

Perché si vuole mantenere la neutralità di genere nel codice penale svizzero. A questo proposito trovo interessante l’esempio della Germania, che al reato di omicidio ha fatto un’aggiunta: se il reato è commesso per un aspetto di genere, di odio verso il genere, laddove il genere non è rappresentato solo dalle donne, ma può essere anche per gay e transessuali, ciò costituisce un’aggravante. Da noi la formulazione è aperta ma, in veste di Segretario del gruppo parlamentare polizia e sicurezza, ci sto lavorando proprio in questo periodo. In settembre ci sarà un incontro con i parlamentari interessati dove vorremmo discuterne.

Come Segretario generale ha uno scambio costante con gli agenti di polizia che spesso si ritrovano con le mani legate a causa delle falle del quadro legislativo. Come vivono questa condizione di impotenza?

Con grande consapevolezza: è stato un collega di Zurigo, che fa parte del legislativo della nostra federazione, a chiedere all’ufficio esecutivo della federazione stessa di sostenere a livello federale la mozione che chiedeva un nuovo articolo sullo stalking. Provi a immaginare un agente che, davanti a una persona che fa una denuncia, deve limitarsi a rispondere «se succede qualcosa ci chiami». Nel documento che sto preparando si chiede anche che la Confederazione, in ottemperanza alla Convenzione di Istanbul, rinforzi il proprio operato di controllo sui Cantoni, intervenendo là dove vi sono dei ritardi.

In Italia esiste il «Codice Rosso», la procedura che dà priorità ai casi di violenza domestica e di genere. Da noi non esiste uno strumento analogo: non è un peccato?

Effettivamente la trovo una misura interessante e utile, poiché mette le istituzioni nella condizione di intervenire velocemente grazie al fatto che il magistrato deve sentire la vittima entro tre giorni dalla denuncia.

E il braccialetto elettronico «dinamico»?

Stiamo valutando anche il monitoraggio attivo attraverso le cavigliere. Il progetto, creato dalla Conferenza delle Direttrici e dei Direttori cantonali di Giustizia e Polizia CDDGP, è sostenuto fortemente dal consigliere di Stato vodese Vassilis Venizelos. Purtroppo, per ora, Ticino e Vallese sono gli unici due Cantoni a non aderire ancora al progetto.

Molte donne denunciano, altre no. Come nel caso di Faido, dove solo con il senno di poi si sono capite le frasi che la donna aveva postato su Facebook… Come prevenire e proteggere in assenza denunce?

Si tratta di casi difficili e, come si è potuto vedere, anche pericolosi. Sorgono molte domande: dove si era procurato l’esplosivo l’assassino? Nessuno sapeva niente? Per la polizia in questo caso era impossibile prevedere un dramma simile. Questo però non significa che non si possa fare prevenzione. Oggi possiamo rivolgerci alla gente con strumenti nuovi: ad esempio i social media rappresentano un canale importante attraverso cui portare un messaggio giusto, raggiungendo anche le generazioni più giovani.