Ineluttabilità e consapevolezza

by azione azione
29 Luglio 2026

Sono due i concetti che mi ha lasciato la Coppa del Mondo 2026. Ineluttabilità e consapevolezza. Anzitutto, senza tornare su quanto già detto nella scorsa rubrica, la Coppa del Mondo 2026 ha generato ricavi per 13 miliardi di franchi. Ecco spiegata la prima parola-chiave.

Ineluttabilità, ovvero tragica e fatale necessità. Come pretendere che la vorace macchina che gestisce questo fenomeno planetario rinunci a benefici così giganteschi? Basta osservare tutto ciò che accade oltre lo sport. Ovunque, il profitto indica le linee guida e detta legge. Il calcio non sarà mai una virtuosa eccezione. A meno che…

Parliamo di consapevolezza. Con rammarico. Premesso che la coppa è stata alzata al cielo dalla squadra che si è dimostrata meglio in tutto: solida, duttile, cinica, spettacolare, resistente, rapida nel colpire, lenta nel cullare le avversarie. Il rammarico sta in come la Svizzera sia riuscita a far tremare i vicecampioni del mondo, in una sfida il cui esito è stato deciso da una serie di fattori assai discutibili.

Tuttavia, recriminare non ha senso. Contribuisce a diffondere acredine e amarezza. Non lascia spazio alla contemplazione della bellezza che la nostra Nazionale ci ha regalato. Non credo al complotto, per lo meno, non sul campo. Ci sono troppe variabili che sfuggono alla logica del calcio stesso. Per giunta, sotto gli occhi di milioni di spettatori. Credo per contro nell’incoerenza della linea arbitrale. Ma stiamo parlando di esseri umani e delle loro diverse sensibilità.

Dobbiamo riconoscere che la Svizzera è uscita di scena grazie a una leggerezza di Breel Embolo, per altro martoriato e provocato sull’arco di tutto il mondiale. E alla scarsa lungimiranza di Murat Yakin, che lo ha tenuto in campo già gravato di un cartellino giallo. Mi rimane però la consapevolezza che, senza l’espulsione del nostro centravanti, avremmo addomesticato la Albiceleste. Per una ventina di minuti, gli argentini non hanno più capito nulla. Mentre i rossocrociati sono stati assoluti padroni della scena. Per questa ragione, il futuro della nostra Nazionale deve partire dalla consapevolezza. Quella di essere in grado di giocarsela con tutte le Grandi. Quella che aiuta a metabolizzare il rimpianto in tempi brevi. Quella che fa pensare, in ogni istante in cui si veste la maglia, di appartenere a un gruppo coeso e solidale. Sono convinto che il livello raggiunto dalla Nati non sia casuale. Per intenderci, non è l’America’s Cup conquistata con i miliardi di Ernesto Bertatelli.

Il percorso del nostro calcio parte da molto lontano. Da quel periodo, sul finire dello scorso millennio, in cui l’Associazione Svizzera di Football, decise di ribaltare un criterio solo apparentemente logico. Quello che vuole i migliori allenatori al servizio dei grandi club. Alcuni furono infatti dirottati nelle Selezioni giovanili. Köbi Kuhn, prima di approdare alla Nazionale maggiore, mise le sue competenze al servizio della nostra Under 21. Così come Bernard Challandes e Yves Débonnaire, autorevoli formatori. Mi riferisco anche al nostro Pierluigi Tami, artefice del miglior Europeo della storia della nostra Nati Under 21. Il successo nel Mondiale Under 17 del 2009 non fu un caso. Fu figlio della saggia politica di scouting e di formazione messa in atto dai nostri dirigenti. Granit Xhaka e Ricardo Rodriguez facevano parte di quella nidiata.

Oggi è già domani. La Svizzera deve ricominciare a tessere il suo futuro, a partire dalle qualificazioni agli Europei del 2028. Ci vorranno degli assestamenti e un po’ di pazienza. Sostituire un direttore d’orchestra come Xhaka non sarà facile. Ardon Jashari è l’erede designato. Con la palla al piede ha persino più estro di Granit. Dovrà tuttavia crescere, e non poco, nella capacità di gestire il gruppo. Negli altri ruoli, possiamo solo credere che giovani come Amenda, Jaquez, Athekame, Sanchez e Rieder riescano a non far rimpiangere il senatore Freuler e gli ultratrentenni Widmer, Akanji ed Elvedi. Sulle fasce, con Ndoie, Vargas e Manzambi siamo capaci di far male a chiunque.

Gli eredi, almeno nell’immediato futuro, non li troveremo in Ticino. Ma è giusto ricordare che, a festeggiare lo storico traguardo della Nati alla Coppa del Mondo 2026, c’erano anche Pier Tami, che lascia il suo ruolo di direttore dopo sette anni di soddisfazioni, e Patrick Foletti, da quindici anni preparatore dei nostri portieri. Se Gregor Kobel ha saputo reggere il confronto con l’icona Yann Sommer ed è diventato una delle certezze del futuro della Nati, c’è anche il suo zampino. Grazie, ragazzi, alla prossima. In semifinale? Oltre?