Lungo le sponde avvelenate del delta del Niger

by azione azione
22 Luglio 2026

Reportage dalla terra degli Ogoni, vittima degli inquinamenti provocati dall’estrazione intensiva di petrolio

A Port Hancourt per tre giorni giro a bordo di un taxi con autista e guardia del corpo. I rapimenti lampo, così come i furti, rappresentano una minaccia grave e costante in tutto il Rivers State in Nigeria, soprattutto vicino all’aeroporto. La città, un milione e trecentomila abitanti, è stata per molti anni la meta delle multinazionali occidentali per le estrazioni petrolifere che hanno avvelenato il delta del Niger. Dopo lo sfruttamento, la «garden city» conosciuta per la bellezza del suo paesaggio tropicale, oggi è una delle città più inquinate del mondo. Una spessa coltre di fuliggine nera da anni ricopre il centro, annerendo tetti, pavimenti e persino l’interno delle abitazioni, per non parlare delle discariche a cielo aperto. A parte il mio albergo senza wi-fi e il bar all’aperto ho visto poco: stradoni trafficati, sponde di fiume piene di detriti, l’aria ammorbante che si respira.

Il colosso della Shell 

Mi hanno spiegato che molte sono ancora le raffinerie clandestine nell’intera regione e rappresentano un fenomeno diffuso legato al furto di petrolio greggio dai condotti ufficiali, un’attività nota come «oil bunkering». A Bodo, un villaggio di pescatori, dice il mio autista, «tra il 2008 e il 2009 ci sono state due grandi perdite di petrolio». L’ecosistema è stato completamente compromesso a causa dell’oleodotto danneggiato. «Pensa che la bonifica è iniziata solo cinque anni dopo, ma purtroppo non ha ancora dato risultati». Un funzionario dello Stato piuttosto noto qui, che ho raggiunto nel suo ufficio in centro città, mi racconta che quando nel 1958 è arrivata la Shell gli impianti stavano tutti nel territorio degli Ogoni, «ma i tubi non avevano protezione catodica, c’erano molti sversamenti, come anche i fumi aerei producevano inquinamento, e noi siamo un popolo di agricoltori e pescatori». Le fuoriuscite di greggio hanno distrutto fiumi, mangrovie e terreni agricoli, privando le comunità locali delle loro fonti di sostentamento.

Le Nazioni Unite hanno stimato che per bonificare l’area potrebbero essere necessari fino a cinquant’anni. L’oro nero è stato la rovina delle popolazioni che vivono qui, soprattutto per questo popolo che da trent’anni denuncia nei tribunali il disastro ambientale creato dalle trivellazioni della multinazionale anglo-olandese, sin da quando il poeta Ken Saro-Wiwa e altri otto militanti del Mosop (Movement for the Survival of the Ogoni People) per aver manifestato contro il colosso petrolifero furono accusati di essere i mandanti dell’omicidio di quattro capi tradizionali della comunità e, nonostante l’innocenza, condannati a morte e impiccati il 10 novembre 1995 dalla giunta militare del generale Sani Abacha.

Una marcia pacifica

Le famiglie delle vittime e le organizzazioni per i diritti umani hanno accusato la Shell di essere la mandante morale e materiale dell’esecuzione, sostenendo che l’azienda avesse corrotto i testimoni e fatto pressioni sul regime militare nigeriano per eliminare una voce scomoda che bloccava le operazioni estrattive. Ma la vera colpa di Saro-Wiwa fu quella di aver portato in piazza il 4 gennaio 1993 trecentomila persone a marciare pacificamente contro il colosso petrolifero e il Governo nigeriano. La risposta fu violenta, ci furono incursioni militari nei villaggi, arresti illegali, torture, fucilazioni sommarie.

Ho appuntamento con Hart Otua Nakwaasah (noto anche come Gbene Mene), un leader tradizionale custode della dinastia Gbene Kaboor e importante figura politica, originario della comunità di Korokoro Tai, situata nella regione dell’Ogoni nello Stato di Rivers. Mi accoglie insieme ad altri componenti della comunità in una casa di amici nella periferia di Port Hancourt. Ci sediamo all’aperto uno di fronte all’altro su due divanetti. «Quando parli di Ogoni» esordisce, «pensi subito al petrolio, dici saranno ricchi questi Ogoni, c’è il greggio nella loro terra, ma non è così, sono molto poveri, invece», ironizza quest’uomo vestito in abito tradizionale, il viso ovale, un pizzetto bianco e i grandi occhi scuri. Adesso le attività petrolifere sono ferme, ma gli Ogoni all’inizio, all’epoca di Saro-Wiwa, per protesta hanno stilato un documento consegnandolo allo Stato federale ponendo delle condizioni, ma quelli del Governo per tutta risposta hanno mandato i militari, «i gruppi etnici si sono divisi, hanno cominciato a dubitare uno dell’altro e a uccidersi a vicenda».

Lui era un fedelissimo del grande intellettuale, «era il nostro leader, io uno dei suoi uomini chiave, ho vissuto in prima persona quel momento storico. Solo dopo trent’anni il Governo ha riconosciuto di aver sbagliato e chiesto scusa al popolo per l’uccisione dei nostri fratelli». Dopo la sua morte «la violenza è continuata, molti di noi sono stati espulsi, si sono create molte fazioni interne».

Si tenta di ripulire i villaggi

Adesso insieme all’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) hanno prodotto un documento sull’operatività delle bonifiche, per ripiantare le mangrovie e avere acqua potabile da consegnare al Governo federale. «Stanno cercando di ripulire i nostri villaggi», spiega Hart Otua Nakwaasah, «grazie ai contributi della Comunità europea, ma l’acqua è ancora contaminata, l’inquinamento ha creato problemi di salute a molte persone, però negli ospedali non ci sono strumenti scientifici per identificarle e curarle e mancano i fondi per fare le ricerche». Ora con l’aiuto di agenzie internazionali hanno istituito un’Università dell’ambiente per studiare i danni prodotti dall’attività petrolifera a Port Hancourt e in tutta la zona del delta del Niger, «intanto molti di noi continuano a soffrire di gravi malattie respiratorie, patologie della pelle, problemi di fertilità, tumori e avvelenamento da metalli pesanti». Uno dei peggiori disastri ambientali al mondo.

Molte persone soffrono di gravissime patologie

Intanto nel febbraio 2025 è iniziato a Londra un nuovo processo presso la Corte reale di giustizia del Regno Unito: rappresenta una svolta storica per la giustizia climatica globale. Le udienze di merito legate ai ricorsi e alle richieste di risarcimento definitive sono calendarizzate per il marzo 2027. Le accuse di una delle comunità degli Ogoni (gruppo etnico degli Ogale) sono pesanti: circa 40’000 cittadini nigeriani, principalmente pescatori e agricoltori, accusano Shell di aver contaminato sistematicamente le falde acquifere, i canali e i terreni agricoli tra il 1989 e il 2020. L’inquinamento ha distrutto l’economia locale di sussistenza e provocato gravi patologie sanitarie, tra i quali tumori, problemi riproduttivi e malattie cutanee. Proprio quello che il poeta Ken Saro-Wiwa definì «genocidio ambientale». Con l’aiuto di agenzie internazionali è stata istituita un’Università dell’ambiente per studiare i danni prodotti dall’attività petrolifera a Port Hancourt e in tutta la zona del delta del Niger.