Dalla rivoluzione di Evo Morales alla crisi dei blocchi stradali, un Paese ancora diviso tra passato e futuro
Scrivo nell’estate del 2026, nei primi mesi della presidenza di Rodrigo Paz, mentre la Bolivia cerca di riprendersi dalla crisi dei blocchi stradali che per settimane ne hanno paralizzato trasporti ed economia. Qualche tempo fa mi trovavo a La Paz, capitale boliviana. In un bar chiacchieravo con un tizio, un brasiliano che, lisciandosi la barba brizzolata, mi raccontava della sua vita girovaga. Mi disse che era un broker, uno che viaggiava in cerca di materie prime e clienti per commerciare. Diceva che la Bolivia è un mercato ricco ma molto complesso, per via dei meccanismi burocratici, che spesso ritardano o impediscono affari e investimenti. Sperava che nuove elezioni potessero cambiare qualcosa.
Una figura emblematica
Era periodo elettorale, ed Evo Morales, con il suo nuovo partito Frente para la Victoria (ora ribattezzato Evo Pueblo), era stato escluso dalla competizione. Eppure non si può parlare della Bolivia di oggi senza parlare di lui, dato che ha plasmato quasi tutto il primo ventennio del secolo. Lui e il suo partito, il MAS (Movimiento al Socialismo), che ha trasformato profondamente il Paese, allontanandolo, con la vittoria del 2006, dal consueto schema sociopolitico ispanoamericano – o, se si preferisce, latinoamericano – in cui fluttuava, quello di decenni, se non secoli, di alternanze tra partiti «centrodestri» e «centrosinistri» spesso più simili che diversi, interrotte solo da colpi di stato militari e dittatori. In altre parole, dispute più o meno violente tra le poche famiglie di possidenti emerse dalle guerre d’indipendenza dell’inizio dell’Ottocento: lotte di creoli (ossia discendenti di coloni europei) contro la madrepatria d’oltreoceano.
Ebbene, nel 2006 il vento era cambiato d’un cambiamento epocale. Per la prima volta nella storia boliviana quelle famiglie s’erano ritrovate chiuse fuori! È vero che anche la sua vittoria rientra in qualche modo nella corrente continentale del momento. Nel 1998 aveva vinto Chavez in Venezuela, per esempio, e nel 2002 era stato eletto Lula in Brasile. La «marea rosa», l’hanno definita, ossia l’ondata di Governi di sinistra che ha investito l’America Latina in quegli anni. Ma in Bolivia il discorso è più complesso. Più ancestrale. Il MAS era sì un partito con nome socialista ma, come abbiamo imparato, nel mondo il socialismo ha tanti volti. Qui ha soprattutto volto indigeno.
Una società divisa in due
Per tradizione (pur recente) la società boliviana considera sé stessa divisa in due. Da una parte i camba, gente nata e cresciuta nelle zone basse, fertili, acquitrinose e boscose del Paese: l’Oriente. La Bolivia umida, che suda, dove molti dei discendenti dei coloni europei si sono stanziati, con le loro estancias, le piantagioni di soia, i grandi allevamenti, i latifondi. Dall’altra i colla, i montanari, quelli degli altipiani freddi. Sono in maggioranza progenie amerindia, che in Bolivia è tra la più numerosa del Continente, soprattutto quechua e aymara. Ecco, Evo è aymara.
Un aymara leader sindacale dei coltivatori di coca (cocaleros), quelli delle yungas, le zone intermedie, temperate, habitat ideale della pianta fondamentale nella tradizione di certa Bolivia. Un aymara che predica la riscossa del popolo del Paese più misero del Sud America, dove c’è ancora gente pagata a vitto e alloggio, come gli schiavi, che vive in tuguri spogli che in montagna gelano e in pianura s’allagano; che annuncia la nazionalizzazione delle risorse, sempre svendute al mondo; che proclama l’uguaglianza delle minoranze, laddove, di fatto, sono quasi maggioranza. Così quel popolo lo elegge. El Indio, lo chiamano: il primo presidente indigeno della storia boliviana.
Protezione dell’ambiente
Nella Costituzione che promulga nel 2009, la Bolivia diventa uno Stato plurinazionale incentrato sul «socialismo indigeno», dove le minoranze – una quarantina, secondo alcuni studi addirittura il 55% dei 12 milioni di boliviani – godono degli stessi diritti e della tutela culturale e linguistica. Addirittura, la Pachamama, la Madre Terra delle religioni ancestrali, diventa un soggetto giuridico da tutelare. Ciò significa protezione dell’ambiente naturale e vita in armonia con esso. Certo, non è bastato per far della Bolivia un posto d’idillio, ma può essere un seme utile per la salute del pianeta.
Le colpe del MAS
Morales ha governato per 14 anni filati (2006-2019), per poi fuggire in fretta e furia dal Paese a fronte di proteste popolari, col solito copione boliviano di scioperi e blocchi stradali a oltranza (bloqueos), che stavolta alcuni hanno addirittura definito golpe. Il suo partito però è rimasto ancora in sella (pur traballante) fino all’anno scorso, quando dalle urne è uscito Rodrigo Paz Pereira, un uomo di centro destra, ultimo virgulto di una stirpe di presidenti (il padre, Jaime Paz Zamora, e il prozio, Victor Paz Estenssoro, gente che ha fatto la politica della Bolivia degli ultimi ottant’anni), un esponente di quelle famiglie di cui sopra, per intenderci, incline a riproporre una gestione più tradizionale del Paese. I suoi elettori gli attribuiscono però il merito di voler riportare stabilità economica, frenare l’inflazione, normalizzare i rapporti con gli investitori internazionali e ridurre il peso dello Stato nell’economia.
Certo, con il MAS non sono state sempre rose e fiori ed El Indio è a dir poco una figura divisiva. Una volta eletto, s’è preso tutto, e quindi anche le accuse. Quelle, solite e inevitabili in certe zone del mondo, di corruzione e clientelismo, corredate con quelle di scarso riguardo per le regole democratiche. Di riforme in senso popolare, però, ne ha compiute. Povertà ridotta, minoranze incluse, aiuti sociali aumentati. Quando però il gas che aveva nazionalizzato è diminuito, in quantità e proventi, sono partite le crisi. Anche da lì, le proteste del 2019, oltre che per frode elettorale. Da sempre, fin dall’argento della Potosì coloniale, la Bolivia dipende dalle sue materie prime, e così è facile preda delle oscillazioni del mercato. Ora, per esempio, è tempo di litio (l’oro bianco, per le batterie), di cui i salares di Uyuni e Coipasa sono zeppi. Così sull’altopiano imperversa la Cina, con miliardi e infrastrutture. Anche la Russia è riuscita a metterci lo zampino.
La spaccatura
Ma oggi? Nel 2025 Evo è uscito dal MAS per divergenze con Luis Arce, suo ex compagno in carica ora in prigione per corruzione; ha fondato il partito Evo Pueblo e così la sinistra si è trovata divisa. E ha perso. L’unica accusa valida contro Morales, a ora, è quella di tratta di minore, per aver fatto un figlio con una minorenne. Non si è presentato al processo, per cui al momento è latitante, asserragliato nel Chapare, nei dintorni di Cochabamba, la sua regione, protetto dai suoi. Ma potere e influenza sono ancora lì, e così, alle prime crepe nella nuova gestione Paz (diminuzione dei sussidi, riforma agraria favorevole al latifondo, annuncio di privatizzazione delle risorse), ecco che i suoi seguaci si sono riversati sulle strade con sindacati e movimenti indigeni, con scioperi e bloqueos a oltranza in tutto il Paese.
La posizione del Governo
Dal canto suo, il Governo sostiene che la riduzione dei sussidi sia indispensabile per contenere il deficit pubblico e affrontare la crisi di liquidità che affligge il Paese. Secondo i suoi sostenitori, inoltre, l’apertura ai capitali privati e una riforma della proprietà agricola sono misure necessarie per attrarre investimenti, aumentare la produttività e sfruttare più rapidamente risorse strategiche come il litio. A loro avviso il vecchio modello del MAS ha esaurito la spinta garantita dalle rendite del gas. Senza investimenti privati e capitali esteri, sostengono, la Bolivia rischia di restare intrappolata in una crisi cronica di carenze e deficit. Quindi la riduzione dei sussidi e l’apertura dell’economia sono «misure dolorose ma necessarie».
Nel frattempo carburante, medicinali e cibo non si trovano quasi più, in città. Il 20 giugno, Paz ha dichiarato lo stato d’emergenza, autorizzando azioni di forza da parte di esercito e polizia contro i manifestanti, ma non è scontato che si riesca a dissuaderli. Sono tanti, organizzati, motivati. Nel continuo insanabile conflitto civile, tutto ciò che può succedere son tregue.


