Le guerre hanno sempre contraccolpi negativi sull’economia. Durante le guerre mondiali il problema era riuscire a rifornire la popolazione dei beni essenziali per sopravvivere dato che i conflitti impedivano un regolare rifornimento di beni dall’estero. Siccome oggi il nostro grado di dipendenza dall’estero, per il rifornimento in materie prime e beni alimentari è più alto di allora, i conflitti che ostacolano o impediscono questi rifornimenti sono diventati più pericolosi.
Anche le guerre economiche, che si combattono con l’imposizione di dazi e sanzioni, possono avere effetti perniciosi. Dove si trova l’economia svizzera, in relazione a questi pericoli? Le guerre in Ucraina e nel Medio Oriente hanno creato più di un problema. Tuttavia, finora, non hanno messo in pericolo il rifornimento in materie prime e beni di consumo essenziali per aziende e la popolazione. Esse hanno soprattutto fatto salire i prezzi di certi beni. È probabile invece che, specie nel trimestre appena terminato, qualche difficoltà di rifornimento abbia cominciato a manifestarsi. Il motore dell’economia svizzera comincia a battere in testa. Nei rilievi più recenti del barometro congiunturale dell’Istituto KOF del Politecnico di Zurigo si parla di una situazione eterogenea. Accanto a rami dell’economia che incontrano difficoltà ve ne sono altri che continuano a godere di buona congiuntura. Per quel che riguarda l’offerta di beni e servizi sono soprattutto le aziende del settore industriale ad essere sotto pressione. Le loro perdite sono però finora state compensate dal buon andamento dei rami finanziario e assicurativo del settore dei servizi.
Queste difficoltà non si rilevano invece ancora nella revisione delle previsioni economiche di metà anno, pubblicate in giugno. Quelle del KOF, per esempio, continuano a dare, per l’anno in corso, un tasso di crescita del Prodotto interno lordo dello 0.8% che potrebbe salire oltre l’1% per effetto dei miliardi che affluiranno dalle olimpiadi invernali e dai Mondiali di calcio. Se si deduce l’apporto di questi eventi straordinari, però, la prestazione dell’economia svizzera per il 2026 rimarrà modesta. Anche nelle previsioni aggregate più recenti si insiste nell’affermare che le difficoltà di cui la stessa soffre sono da far risalire all’insicurezza a livello internazionale in seguito alle guerre vere e economiche. Le stesse hanno frenato e freneranno anche nel secondo semestre sia l’evoluzione delle esportazioni, sia quella dei consumi privati: di converso anche la crescita del Pil. A livello aggregato, ossia per l’insieme della nostra economia, non si registra invece, per il momento, nessuna ripercussione negativa per il mercato del lavoro. Anche nella revisione di giugno il tasso di disoccupazione della Seco è stazionario intorno al 3%, non lontano dalla sua soglia minima degli ultimi 20 anni.
Il tasso di aumento dei prezzi per il 2026 resta largamente al disotto dell’1%. Attenti però perché, da febbraio a maggio, come avverte la Banca nazionale svizzera, il tasso dell’inflazione importata è salito da – 1.6% a 0.7% ossia di più di due punti in seguito agli alti e bassi del rincaro del prezzo del petrolio. Aumenti inattesi del prezzo del petrolio nel secondo semestre dell’anno potrebbero quindi indurre un ulteriore rialzo del tasso di inflazione per il 2026. Dei conflitti in atto è quello tra Iran e Usa, rispettivamente Israele, a suscitare le maggiori preoccupazioni. L’apertura a singhiozzo dello stretto di Hormuz impedisce un rifornimento regolare dei mercati in petrolio e fertilizzanti (approvvigionamento in urea e ammoniaca). Nel caso del petrolio gli impedimenti fanno rincarare il prezzo dell’energia (in particolare il prezzo della benzina e dell’olio da riscaldamento). Ad aumentare l’insicurezza sulla congiuntura nel secondo semestre interverrà anche l’impasse nella guerra commerciale sui dazi. Berna vuole un accordo che stabilizzi la situazione. Washington sembra disinteressato a discutere la faccenda. L’escursione del presidente della Confederazione negli Stati Uniti per i Mondiali di calcio, si è chiusa, per quel che riguarda queste trattative, con un bel nulla di fatto. Ora si spera che il 24 luglio, giorno in cui scade il regime in corso, la situazione in materia di dazi non peggiori. Facciamo gli scongiuri perché la Svizzera resti grande, ma non solo sul berretto di Parmelin.