C’è un fulmineo frammento di Franz Kafka che fotografa, con la precisione chirurgica del mito, la più grande patologia culturale del nostro tempo: «Leopardi irrompono nel tempio e svuotano i vasi sacrificali: questo fatto accade ripetutamente; infine si prevede che accadrà e lo si incorpora alla liturgia del tempio» (Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Adelphi edizioni, 2004). In poche righe, Kafka descrive la parabola della normalizzazione dell’orrore. Il leopardo, che inizialmente rappresenta l’evento traumatico, la violazione del sacro, l’irruzione del caos distruttivo nella quotidianità ordinata, cessa di sconvolgere nel momento stesso in cui si ripete. La comunità, non potendo arginare la minaccia, compie un’operazione psicologica e semiotica agghiacciante: non scaccia la belva, la accoglie. Il trauma si fa rituale. L’orrore si fa liturgia.
Questa dinamica non è confinata alla letteratura novecentesca, ma costituisce l’intelaiatura profonda della nostra contemporaneità politica e mediatica. Come osservato sul «Foglio» dal direttore Claudio Cerasa in merito alla figura di Donald Trump, il vero dramma del nostro tempo non risiede nell’impunità del potere, bensì nella nostra assuefazione a esso. Quando lo scardinamento delle regole democratiche, l’indebolimento delle alleanze storiche come la Nato, le guerre prive di visione strategica e la degradazione del linguaggio istituzionale a insulto social diventano la norma, si verifica una mutazione antropologica. L’anomalia si trasforma in canone. Quando tutto diventa normale, l’allarme smette di suonare e nulla sembra più pericoloso. Il pericolo, allora, non è più l’evento distruttivo in sé, ma la nostra incapacità di percepirlo come tale.
Questa anestesia emotiva e politica trova una spietata codificazione teorica nel saggio del 1999 di Susan D. Moeller, Compassion Fatigue. Moeller ci offre la chiave di lettura sociologica per comprendere come la macchina dell’informazione si sia fatta complice, spesso involontaria, di questa «liturgia del tempio». La «stanchezza da compassione» non è il frutto di un’improvvisa malvagità genetica dell’essere umano, ma un meccanismo di difesa psicologica di fronte a un mercato dei media che deve costantemente «vendere» le quattro piaghe moderne: malattie, carestie, guerre e morte.
Nel tentativo di catturare un’attenzione sempre più volatile, il sistema informativo applica quella che Moeller definisce «l’inflazione della tragedia». Poiché il pubblico sviluppa una rapidissima tolleranza al dolore altrui, la soglia del trauma si alza continuamente. Oggi c’è bisogno di un carico maggiore di sangue, di una violenza più grafica, di un numero di vittime più alto per generare la medesima scossa emotiva. È l’effetto assuefazione: i media offrono la dose quotidiana di orrore, il pubblico sviluppa tolleranza, e il sistema richiede dosi sempre più massicce.
A questa mercificazione del dolore si salda la riflessione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Nottetempo, 2021). La Sontag evidenzia come la costante esposizione fotografica e video alla sofferenza non stimoli la nostra azione, ma trasformi lo strazio in uno spettacolo da consumare passivamente. L’immagine della guerra perde il suo potere di denuncia e diventa iconografia standardizzata. Il bambino denutrito, la città sventrata dalle bombe, il profugo in mare non sono più soggetti storici che reclamano giustizia, ma codici visivi di un genere televisivo o digitale.
Questa dinamica si è radicalizzata nell’era degli algoritmi e dello doomscrolling, descritta con efficacia da filosofi come Byung-Chul Han. Nello «sciame digitale», il dolore del mondo scorre con la stessa velocità di una ricetta di cucina o di un balletto virale, privato del tempo interiore necessario per l’elaborazione del lutto, della memoria e della reale empatia.
Il risultato è la «società liquida» del sociologo polacco Zygmunt Bauman, in cui le vite umane spezzate dalle grandi crisi globali vengono declassate a «vite di scarto», a meri effetti collaterali e inevitabili della modernità. L’assuefazione disattiva la nostra responsabilità morale. Quando incorporiamo i leopardi nella nostra liturgia quotidiana – accettando che le guerre ai confini dell’Europa o in Medioriente siano solo un aggiornamento delle notifiche del mattino o che la retorica dell’odio sia solo «lo stile del leader di turno» – cessiamo di essere cittadini e diventiamo spettatori rassegnati.