Adrenalina: nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno Samuele Filippi ha trasformato il Monte Bré nel proprio Everest personale
L’Everest… pedalata dopo pedalata e con vista sul Lago di Lugano. È quello che ha «scalato» nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno Samuele Filippi. Non con piccozza e corda, ma a cavalcioni della sua bicicletta. E lo ha fatto risalendo per diciassette volte la strada che da Cassarate porta fin sul Monte Bré, per un dislivello positivo complessivo uguale all’altezza del «tetto del mondo»: 8848 metri. «Anche se in verità a conti fatti, il dislivello finale di questo “Everesting” (perché è così che viene definita, nel gergo tecnico, un’impresa che si rapporta alla scalata della vetta più alta del mondo, ndr) è stato di circa 9300 metri», tiene a precisare, con una punta di meritato orgoglio, il diretto interessato. Che, tuttavia, non nasce come specialista di questo genere di imprese. E men che meno come ciclista tout court. Anzi…
Dopo il Monte Brée il Vesuvio, Samuele Filippi guarda già alla sfida più dura: il doppio Everesting sulla Tremola
Prendiamo allora letteralmente la palla al balzo per fare qualche passo a ritroso e raccontare cosa ha portato Samuele Filippi sulla strada (in salita) delle due-ruote. «Io sono un amante dello sport in generale. E il mio primo amore è stato il basket» racconta il ticinese d’adozione, cresciuto prima sui parquet d’oltre confine, e poi su quelli rossoblù, sponda Sav Vacallo. «A quei tempi la Sav militava nel campionato cadetto, per questo mi ero posto come obiettivo di conquistare la promozione nell’allora Serie A. E quando ci siamo riusciti, ho messo il punto finale alla mia carriera sul parquet perché, in fondo, il mio obiettivo l’avevo appunto raggiunto». Non da ultimo anche perché, in quel periodo, Samuele Filippi è confrontato con una spalla dolorante. «Al di là di tutto, di stare con le mani in mano non se ne parlava. Volevo sperimentare qualcosa di nuovo, praticare un’attività sportiva che mi permettesse di fare movimento pur senza caricare troppo la spalla. Già prima, quando non ero sul parquet, mi piaceva trascorrere il mio tempo libero in bicicletta. Riposta in soffitta la palla a spicchi, ho iniziato ad appassionarmi al downhill, le discese a mozzafiato con la mountain bike».
Finché… «Finché un giorno, complice anche in questo caso una serie di infortuni, durante la riabilitazione, ho lasciato i percorsi sterrati per l’asfalto, mettendomi a cavalcioni di una bici da strada». E scatta la magia. Che lo porta anche al via di alcune gare di triathlon. «Ma quello però è stato un vicolo cieco, che ho percorso per un anno, per poi andare alla ricerca di qualcos’altro». Trovandolo nell’ultracycling, «che sono, in termini semplici, le gare su lunghe distanze, quelle che partono dai 300 km in su, per intenderci, e che ovviamente presentano anche un notevole dislivello positivo nel loro sviluppo. Qui, ho quasi subito visto che il mio tallone d’Achille erano le salite, dove facevo veramente fatica. Così ho focalizzato i miei allenamenti su questo genere di esercizio: prova e riprova, sono infine riuscito a risolvere anche questo problema, che, in fondo, per uno che va in bici, costituisce una delle principali sfide». Soprattutto quando si parla di Everesting. «Beh, sì, ovviamente in questo genere di sfide, saper dosare bene le proprie energie e la forza nelle gambe per proseguire rampa dopo rampa fino a coprire novemila metri di dislivello, o giù di lì, sono requisiti indispensabili. Anche se, ovviamente, poi entra in gioco anche la testa».
Per Samuele Filippi, il primo tentativo… di ascesa sul nostrano Everest, il Monte Bré, porta già la data del 2024. «Quella volta, però, ho dovuto gettare la spugna dopo aver completato l’undicesima ascesa. Proprio sul finire della rampa, la meteo era cambiata, e dal cielo è cominciata a cadere una pioggia fitta. Ho provato ad andare avanti, ma nella discesa ho preso parecchio freddo. Così mi sono fermato per cambiare gli abiti fradici e riscaldarmi un po’, mettendo anche qualcosa sotto i denti. Di male in peggio, visto che ho rimediato una congestione che mi ha impossibilitato ad andare avanti: ho dovuto alzare bandiera bianca e rimandare i miei sogni di gloria».
Resta così fermo fino alla scorsa estate, quando Samuele programma il tentativo-bis, per di più in una giornata particolare: «Sì, per la replica, ho programmato tutto affinché l’Everesting si concludesse nel giorno del mio 42esimo compleanno, il 5 agosto. Alla fine è stato un compleanno memorabile, perché tutto ha funzionato alla perfezione, tanto per la parte di fatica lungo le pendici che conducono al Monte Bré, quanto per il “contorno” organizzato all’arrivo: c’erano parecchie persone a vedermi e ad assistere alla mia impresa, fra l’altro abbinata a una raccolta fondi per il Soccorso d’Inverno».
Ha funzionato tutto bene, ma non per questo è stata meno difficile: «Più che il fisico, in questa seconda puntata, a essere messa a dura prova è stata la testa. Soprattutto quando mi sono trovato ad affrontare il fatidico undicesimo passaggio, quello che l’anno prima mi aveva costretto al ritiro. Superata quella soglia, non dico che la strada si sia fatta in discesa, ma ho sentito che il traguardo era davvero alla portata. Un altro momento un po’ critico l’ho poi vissuto poco prima che albeggiasse, perché nell’aria c’era ancora parecchia umidità che, complice il freddo della notte, cominciava a dare fastidio. Fortunatamente tutto si è risolto quando i primi raggi di sole hanno fatto capolino».
Replicata l’ascesa… himalayana anche sul Vesuvio a fine dicembre, Samuele Filippi è già pronto per la sua prossima sfida, ancora tutta ticinese. Che, per lui, sarà una sorta di “lascia o raddoppia”: «Con il mio team stiamo già lavorando a un altro progetto, che cercheremo di perfezionare quando le temperature saranno un po’ più clementi anche in altura, e dunque verosimilmente la prossima estate: il doppio Everesting sulla Tremola». All’orizzonte, poi, si profila anche la Trans America, prova di ultracycling di 7mila km che percorre gli Stati Uniti da costa a costa, in totale autonomia. «Ma quella sarà ancora un’altra storia: facciamo un passo alla volta: prima c’è quello del San Gottardo da affrontare!».
