Seveso, cinquant’anni dopo la nube tossica

by azione azione
10 Giugno 2026

Dal 10 luglio 1976, quando la diossina avvolse la Brianza alle domande ancora aperte su salute, ambiente e responsabilità civili

Cinquant’anni fa il disastro di Seveso cambiò profondamente la percezione pubblica dei rischi industriali e ambientali. Chi scrive conserva un ricordo diretto di quei giorni: passando sull’autostrada Milano-Meda, all’altezza di Seveso, l’area dell’«incidente» era inaccessibile, e dietro le «sbarre» di una prigione tutta recintata e invisibile, s’immaginava qualcosa di spettrale, uno scenario da incubo. Mio padre, seguendo le indicazioni della segnaletica, chiudeva le bocchette dell’aria dell’auto per evitare che la contaminazione potesse raggiungere anche chi era solo di passaggio.

Il 10 luglio 1976, in poche ore, un Comune della Brianza si ritrovò investito da una nube tossica sprigionata da un reattore dell’Icmesa di Meda, una società controllata dalla svizzera Givaudan, dal 1963 parte del gruppo Hoffmann La Roche. La sostanza rilasciata – la diossina, tra i composti chimici più pericolosi conosciuti – divenne rapidamente sinonimo di paura, incertezza e vulnerabilità ambientale.

Per mesi, per anni, le «tute bianche», dal nome delle divise con maschere e guanti indossate dal personale specializzato nelle operazioni di decontaminazione e bonifica della zona colpita, divennero il simbolo di quello che la rivista «Time», nel 2010, ha classificato come l’ottavo tra i peggiori disastri ambientali della storia. Era un sabato di luglio, all’ora di pranzo, quando una nube tossica venne diffusa, dal vento, da Meda verso Sud, concentrandosi sul territorio del Comune di Seveso, ma ammorbando anche l’aria dei paesi confinanti, come Cesano Maderno, Barlassina, Bovisio Masciago, Nova Milanese, Seregno, Varedo, Lentate sul Seveso. Le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi. La certezza della dispersione di una quantità di diossina che oggi sappiamo essere stata di 15-18 chilogrammi, venne confermata il 14 luglio dalle analisi effettuate da Givaudan, ma le autorità italiane non furono informate. Il giorno dopo, i sindaci di Seveso e Meda emisero ordinanze che proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici.

Ritardi e malattie

La notizia dell’incidente apparve sui giornali soltanto a una settimana dal suo verificarsi. Il territorio di Seveso fu suddiviso in tre zone: A (la più contaminata), B (contaminazione intermedia) e R (zona di Rispetto). Tra il 26 luglio e il 2 agosto, vennero evacuati 676 cittadini da Seveso e 60 da Meda. Gli intossicati furono centinaia: 240 persone, per la maggior parte bambini, vennero colpiti da cloracne, una dermatosi provocata dall’esposizione al cloro e ai suoi derivati. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell’alto potere diserbante della diossina. Ne derivò un ambiente desertificato, quasi lunare. Oggi di tutte quelle piante scheletrite sopravvive soltanto un alto pioppo che è stato iscritto nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia.

Morirono circa 3300 animali, ma altri 76’000 capi di bestiame dovettero essere abbattuti. Nell’area più inquinata, la zona A, il terreno fu asportato fino a una profondità di 80 centimetri e depositato in vasche di contenimento. Agli inizi degli anni Ottanta vennero quindi scavati due enormi crateri in cui venne riposto tutto ciò che era presente nella zona A: il terreno rimosso, le macerie dell’Icmesa, che fu rasa al suolo, il reattore da cui si originò il disastro (sigillato in un sarcofago di cemento) e anche i macchinari utilizzati per la demolizione e gli scavi. Al di sopra di queste vasche poi sorse il Bosco delle Querce, che rappresenta il simbolo della speranza e della rinascita di un territorio sfregiato dall’attività umana.

In arrivo bambini mostri?

Il Partito radicale, e alcuni organi di stampa, in quel 1976, misero in atto una campagna sul rischio che potessero nascere bambini-mostri, per effetto dell’avvelenamento delle madri gestanti. A quell’epoca, l’interruzione della gravidanza non era ancora legge in Italia, per cui il Governo autorizzò l’aborto terapeutico per le donne dell’area contaminata che ne avessero fatto richiesta.

Benché la nube tossica non abbia provocato morti immediate tra la popolazione, gli studi epidemiologici dell’Istituto superiore di sanità e da gruppi di ricerca internazionali hanno evidenziato, nel lungo periodo, un aumento di alcune patologie: in particolare neoplasie del tessuto linfatico, mielomi e leucemie, oltre a incrementi della mortalità per malattie circolatorie e respiratorie e a una maggiore incidenza di diabete mellito, soprattutto tra le donne nelle zone a più alta contaminazione (A e B).

Sul piano della responsabilità civile, fu intentata una causa dalla Regione Lombardia contro l’Icmesa. Le due parti, nel 1980, raggiunsero un accordo per far sì che la società pagasse la somma di 103 miliardi e 634 milioni di lire per le spese e i programmi di bonifica e per la sperimentazione. I danni riscontrati dai privati furono risarciti dalla multinazionale proprietaria dell’azienda, con la liquidazione di oltre 7000 pratiche per una spesa di circa 200 miliardi di lire.