Lina e il sasso di Covacich, l’infanzia e le ombre dell’adultità
Quello che colpisce nel nuovo libro di Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo, 2026, 265 pp.) è la scrittura sorvegliata, chirurgica, mai enfatica, eppure molto sensoriale, che gli serve per penetrare nelle vite segrete della rete complessa dei personaggi e dei loro mondi interiori. Quasi spiandone nella scrittura i movimenti e il perturbante che attrae lo scrittore triestino da sempre, con un grande effetto di contemporaneità e di angosciosa realtà .
Covacich usa una terza persona immersiva che presta la voce ai personaggi del romanzo. Quindi un narratore non completamente onnisciente ma che entra anche linguisticamente in comunione con la vita dei personaggi e del loro spazio mentale.
Siamo in una periferia romana di oggi, le descrizioni di strade, interni, ci fanno sentire la sua fisicità e contemporaneità , quel caos intorno al quale siamo tutti immersi in un mondo sempre più complesso, esistenzialmente complicato, dove si vive in una specie di apnea dolorosa, un nuotare controcorrente nella vorticosa routine che ci trascina e alla quale non possiamo opporci. Dentro questo flusso c’è Elena, fisioterapista separata da quello che chiama «la merda», sua madre malata di cancro che periodicamente accudisce nella casa dove vive, sua figlia Lina, una bambina di nove anni affetta da una lieve sindrome di down, e il nuovo compagno Max, uno scrittore in crisi, o forse l’emblema della crisi della letteratura in un mondo che non la vuole più. Tra Max e la bambina nasce un’amicizia, una dolce complicità .
Su un altro solco narrativo la vita di Carlotta, l’ex di Max, un’intervistatrice televisiva di grande fama che però passa le notti a fare sesso con degli sconosciuti incontrati sulle chat erotiche dove si è registrata come Alcesti, la principessa che sceglie di morire al posto di Admeto. In una società atomizzata di social soli, tutti i personaggi di questo libro sono a loro modo imperfetti, irrisolti, incapaci di determinarsi e trovare una strada per la felicità , e al centro la figura di Lina è come il perno, la luce che mette in luce i fallimenti esistenziali di ciascuno di loro.
Questo è anche un libro corporale, c’è l’ossessione del corpo in Elena, per le diete e i cibi salutari, lei stessa maneggia, massaggia i corpi, li scuote. Max è un ex sportivo imbolsito, mangia troppo e ha ripreso a fumare, il fumo lo fa addirittura sentire appartenente a una comunità , mentre per Carlotta la fisicità dell’erotismo è una forma di contatto e dominio, ma anche di gioco liberatorio, e Lina ha difficoltà cognitive e riesce con difficoltà a gestire il suo corpo. Ma nonostante il deficit del linguaggio è una bambina carica di vitalità e di grazia. Ama farsi raccontare la favola di origini ungheresi che dà il titolo al libro, del lupo che cucina la zuppa di sasso, e mentre la cucina, vede accorrere nella sua casa tutti gli altri animali, segno che quando si vince la diffidenza e si supera il preconcetto si può collaborare anche tra diversi o nemici.
Lina è una bambina con una consapevolezza terrestre, istintiva, che solo certe creature miracolose riescono ad avere e, a differenza di tutti gli altri, possiede il dono salvifico della meraviglia. Il romanzo si chiude con un colpo di scena, un sentimento sotterraneo che non si placa e diventa ossessione, perché c’è una forza oscura che guida le nostre vite, e come dice a sua madre in un capitolo del libro Elena, citando Simon Weil: «L’amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza».
