Dal primo dagherrotipo agli specchi di Ilse Bing, il MASI attraversa quasi due secoli di autoritratti fotografici di chi usa il proprio corpo come laboratorio
Dapprima arrivò J. N. Niépce nel 1826: Vista dalla finestra a Le Gras è universalmente riconosciuta come la prima fotografia. Poi ecco Louis Jacques Mandé Daguerre, considerato un altro padre dell’VIII Arte poiché la sua apparecchiatura fu la prima a essere messa in commercio e dunque a disposizione di – quasi – tutti. Il dagherrotipo e l’autoritratto sono praticamente coetanei: il 9 luglio 1839 Daguerre ottiene il brevetto dall’Accademia delle Scienze di Parigi.
Nell’ottobre di quello stesso anno, al di là dell’Atlantico, Robert Cornelius (1809-1893), subito entusiasta della scoperta parigina, è incaricato di creare una piastra di rame placcata d’argento per fotografare la Central High School della sua città , Filadelfia. Narra la leggenda, stavolta non universalmente riconosciuta, che Cornelius usò la piastra in esubero per realizzare il primo autoritratto della storia. Scritta di suo pugno sul retro dell’originale, la didascalia recita: «The first light picture ever taken» («Il primo ritratto di luce mai eseguito»).
L’autoritratto: fortunato genere fotografico cui il MASI di Lugano dedica una mostra – curata da Cristina Sonderegger – con una trentina di opere rispolverate dalle sue Collezioni, 1928-2021. Apre le danze Gian Paolo Minelli, il gaucho chiassese (ormai da un quarto di secolo fa la spola tra Buenos Aires e la cittadina di confine) con uno scatto giovanile in camera look, lo sguardo un po’ velato di malinconia. Segue l’artista cui è dedicato il poster dell’expo: Urs Lüthi, il quale ribadisce «la messa in scena androgina e narcisista», a tratti minacciosa/inquietante che lo ha consacrato tra i pionieri dell’autoritratto concettuale.
Ecco Fiorenza Bassetti con vestito ghepardato e sguardo accattivante; Frank Horvat (1928-2020), viste le sue performances multimediali – saltò felicemente sul carro della neonata informatica, sperimentò il digitale salvo poi tornare all’analogico – si merita tre immagini, autorealizzare librandosi spazio/temporalmente, dalla natìa Croazia al Ticino e dalla spensieratezza giovanile alla saggezza senile. Quest’ultimo scatto presenta un curioso raggio di luce sistematosi sulla fronte dell’artista, il quale accenna un sorriso sornione.
Altra personalità che amò il Ticino (la sua Casa Costanza a Carona divenne un crocevia di sperimentazione e libertà artistica): Meret Oppenheim, che ci offre il volto dipinto da un – falso – tatuaggio, pallini sulla fronte e il naso; strisce e lineette su tempie e gote. Il suo sguardo è fiero, da sciamano più che da musa ispiratrice di tanti esponenti del Surrealismo. Florence Henri (1893-1982) torna in Via Canova, in quella stessa Galleria che accolse nel 1991 una sua importante personale e che allora si chiamava Museo Cantonale d’Arte. Ritroviamo la sua passione per le immagini riflesse da uno specchio o da una vetrina, dove si compiace di apparire con la sua apparecchiatura fotografica. Anche Ilse Bing (1899-1998) gioca con gli specchi. Ne utilizza un paio per realizzare il suo Self-portrait in Mirrors: il primo sta di fronte a lei e alla sua Leica, il secondo è posato lateralmente sì da mostrarci il profilo dell’artista. Una mise en abîme per ricordarci che una macchina, da sola, non basta: necessita sempre d’essere usata da una creatura umana in carne e ossa!
Della performer/star Marina Abramovic l’expo ci presenta la stella in fiamme protagonista di Rhythm 5 (a Belgrado nel 1974, la trovate su Youtube), esibizione che quasi le costò la vita quando perse i sensi per il calore e il fumo: fu salvata da alcuni spettatori che la trassero dal fuoco.
