Ottant’anni di Repubblica italiana

by azione azione
2 Giugno 2026

Dalla fine della monarchia a oggi il Paese ha attraversato crisi e trasformazioni, mostrando i limiti del suo sistema di poteri

Ottant’anni fa, con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, l’Italia sceglieva di diventare una Repubblica. Veniva così a concludersi il ruolo storico che la dinastia Savoia esercitò dal periodo preunitario alla fine del secondo conflitto mondiale. La Casa reale portava la responsabilità, grave, di aver aperto la strada a vent’anni di dittatura fascista, condividendo la scelta, sciagurata e fallimentare, dell’entrata in guerra, a fianco della Germania, il 10 giugno 1940. Sul trono soltanto dal 9 maggio 1946 sedeva Umberto II, succeduto al padre Vittorio Emanuele III che aveva abdicato dopo quasi mezzo secolo di regno.

Il Paese alle urne si spaccò in due

Re Umberto dimostrò grande senso di responsabilità e dunque ebbe il merito politico di lasciare l’Italia, per l’esilio di Portogallo, il 13 giugno, ossia cinque giorni prima della proclamazione ufficiale dei risultati del referendum da parte della Corte di Cassazione. Preoccupazione del sovrano era che il Paese si spaccasse, avvitandosi nelle polemiche violente e astiose imbastite dai monarchici che gridavano ai presunti brogli.

Bisogna subito ricordare che, alle urne, gli italiani non votarono soltanto per adottare una nuova forma istituzionale, ma elessero l’Assemblea Costituente incaricata di redigere la Carta costituzionale della neonata Repubblica. Fu anche la prima volta che nel corpo elettorale furono incluse le donne, superando così quel ritardo storico che aveva fino ad allora impedito alla componente femminile della nazione di esprimersi sulle sorti del Paese. Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano 28 milioni, i votanti furono quasi 25 milioni (24’946’878), pari all’89,08%. I voti validi 23’437’143, di questi 12’718’641 (pari al 54,27%) furono a favore della Repubblica, 10’718’502 (45,73%) a favore della monarchia.

Un bilancio critico

Il Paese alle urne si spaccò in due: mentre il centro-nord votò per la Repubblica, il sud fu fedele alla monarchia. L’anniversario che cade in questi giorni, presenta l’opportunità e l’occasione per compiere un bilancio critico. In questi 80 anni, la Repubblica ha saputo resistere a tentazioni autoritarie, figlie di quella deriva che ha colpito la Penisola nella spirale di violenza dei doppi estremismi, rossi e neri, rappresentata dagli «anni piombo», il decennio del terrorismo. L’istituzione del Capo dello Stato gode di prestigio e autorità, per la statura politica eccezionale di molti degli inquilini che si sono succeduti al Quirinale, non ultimo l’attuale primo cittadino dello Stato, Sergio Mattarella, che ha superato la metà del suo secondo mandato settennale. L’Italia ha attraversato fasi di forte crescita, come il miracolo economico degli anni Sessanta, e periodi di difficoltà, segnati da congiunture sfavorevoli e fenomeni come la stagflazione. Nel corso dei decenni la Repubblica ha affrontato situazioni politiche ed economiche molto diverse, mantenendo comunque la propria continuità istituzionale.

Secondo vari studiosi e osservatori, l’attuale equilibrio tra i poteri potrebbe non rispondere più in modo pieno alle trasformazioni intervenute nella società e nel sistema politico. Alcuni ritengono che, anche nel rispetto della Costituzione, il ruolo esercitato dai presidenti della Repubblica abbia contribuito a una prassi che presenta elementi riconducibili a modelli presidenziali.

Le proposte di riforma costituzionale presentate negli ultimi decenni – dalla riforma federalista a quella promossa dal governo Renzi, fino al recente referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – non hanno ottenuto l’approvazione degli elettori. Ciononostante, il tema dell’adeguamento dell’assetto istituzionale rimane oggetto di dibattito. Alcuni costituzionalisti indicano come possibile direzione un modello semipresidenziale simile a quello francese, mentre altri ritengono più opportuno intervenire su aspetti specifici del sistema parlamentare. L’Italia del 1946, uscita dalla guerra e dal Ventennio fascista, aveva scelto un assetto che limitasse il potere dell’Esecutivo. Questa impostazione ha contribuito, nel tempo, a una frequente instabilità dei Governi, che per molti anni hanno avuto una durata media ridotta.

Un assetto che limita il potere dell’Esecutivo

Negli anni Novanta, l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione ha rafforzato la stabilità a livello locale e favorito una tendenza al bipolarismo, pur in un contesto politico caratterizzato da una pluralità di partiti. Anche l’emergere di nuove forze politiche, come il Movimento 5 Stelle, ha modificato gli equilibri, portando a nuove configurazioni di alleanze. A oltre ottant’anni dalla fine del fascismo, il tema di un possibile riassetto dei poteri continua a essere discusso. Molti analisti sottolineano l’importanza che eventuali riforme siano frutto di un ampio consenso tra maggioranza e opposizione.