Il nuovo arbitro globale

by azione azione
3 Giugno 2026

La diplomazia mondiale si riallinea attorno alla Cina che guida tempi, immagini e narrazioni del confronto tra potenze

Dentro allo Zhongnanhai, il recinto murato adiacente alla Città proibita, nel cuore di Pechino, che è anche il cuore del Partito comunista cinese, il presidente americano Donald Trump ha fatto una domanda al leader cinese Xi Jinping. Gli ha chiesto se l’accesso a quel luogo fosse di uso comune per il cerimoniale cinese. «Molto raramente», ha risposto Xi. «Per esempio, Putin è stato qui». È la risposta che Trump voleva ottenere, l’esclusività di una relazione con la seconda economia del mondo che solo l’attuale capo della Casa Bianca sarebbe stato in grado di costruire. Xi, però, ha usato una mezza verità: in passato l’accesso al Zhongnanhai era molto più esclusivo, ma più di recente diversi capi di stato internazionali hanno avuto momenti di diplomazia nei giardini del potere del Partito comunista cinese.

Populismo di destra non solo europeo

La visita di Trump a Pechino a metà maggio, la prima di un presidente americano in carica sin dal 2017, è stata ammantata di mistero. Come spesso succede, i resoconti ufficiali dei due giorni di conversazioni sono stati criptici e a volte contradditori, con la Casa Bianca che elencava alcuni temi e la leadership cinese che ne sottolineava altri. Il messaggio più importante mandato da Xi Jinping al mondo, però, è stato un altro, e non serviva leggere le dichiarazioni ufficiali. Perché cinque giorni dopo Trump, il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, è stato accolto con lo stesso cerimoniale del presidente americano negli stessi giardini del Zhongnanhai.

La diplomazia globale si muove attorno a Xi Jinping, e questo è l’obiettivo d’immagine più chiaro della leadership del Partito comunista cinese. Non è un caso se anche il primo ministro pachistano Shebaz Sharif, incaricato di fare da mediatore nella guerra fra Stati Uniti e Iran, sia stato in qualche modo costretto, anche lui, a un briefing sui negoziati con il suo partner maggiore e più d’influenza, la Cina. Prima di volare a Pechino Trump aveva dichiarato di voler ottenere l’aiuto cinese per fare pressione su Teheran e garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Pochi giorni dopo si è dovuto rimangiare certe aspettative, dicendo di non aspettarsi «favori» da Pechino: la diplomazia cinese aveva già avuto modo di spiegare all’Amministrazione americana che qualunque azione per stabilizzare il Medio Oriente sarebbe avvenuta esclusivamente per diretto interesse cinese.

Niente di sostanziale

C’è un dato di fondo che è emerso con chiarezza dalle ultime azioni diplomatiche cinesi: l’iniziativa nella relazione bilaterale tra grandi potenze non è più americana. Per decenni gli Stati Uniti hanno fissato l’agenda e definito i termini del confronto con Pechino, per esempio toccando anche temi come diritti umani e regole sovranazionali. Oggi invece è sempre la Cina a incassare concessioni retoriche, a rifiutare di cedere terreno sul piano commerciale e a non offrire nulla di sostanziale, e allo stesso tempo, a riuscire a ottenere sui media internazionali fotografie di Trump e Putin quasi in contemporanea a casa di Xi Jinping, in atteggiamento quasi di riverenza.

Questo primato nel dettare l’agenda dei negoziati si riflette sulle priorità di Pechino in questo momento: Taiwan, l’isola autonoma e democratica che il Partito comunista cinese rivendica come proprio territorio pur non avendola mai governata, e il contenimento del Giappone guidato dalla premier Sanae Takaichi, che sta riarmando Tokyo e promuovendo riforme che vanno verso la direzione di un Paese che può difendersi da solo. Secondo Stefano Pelaggi, ricercatore del centro studi Geopolitica.info, Taiwan è ormai diventata «la priorità implicita» di ogni confronto strategico con Xi Jinping. «Siamo in una situazione di managed centrality», spiega Pelaggi, cioè una centralità gestita ma costante, che domina il rapporto fra Pechino e il resto del mondo anche quando non viene nominata esplicitamente. «Il fatto che Taiwan sia diventato un elemento negoziale è sotto gli occhi di tutti», dice Pelaggi, «Trump lo ha detto chiaramente e apertamente più volte». Le conseguenze si misurano soprattutto all’interno della società taiwanese: se sull’isola dovesse venir meno la fiducia nell’alleato americano, «questo determinerà quello che sarà l’orientamento dei taiwanesi, che potrebbero decidere per un percorso di avvicinamento anche solo economico nei confronti della Repubblica Popolare Cinese».

Un ordine alternativo

Dal punto di vista europeo, l’aspetto forse meno indagato del mondo tripolare che sta cercando di costruire Pechino con la sua azione diplomatica, è che insiste su una narrativa di ordine alternativo che esercita una forte attrattiva su pezzi consistenti del populismo di destra europeo e non solo. Teresa Coratella, vicecapo dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations, la riconduce a due categorie distinte. La prima è strumentale, non ideologica: «Certi partiti vedono in questa triade dell’ordine globale un muro contro l’ordine burocratico e politico dell’Unione europea». In pratica rappresenta «un mezzo per scardinare l’attuale establishment europeo, di cui questi partiti generalmente non fanno parte», con l’obiettivo di sostituirlo. La seconda categoria è invece parzialmente ideologica: «Esiste tuttora in Europa, soprattutto tra i partiti populisti di destra, una fascinazione per il mito dell’uomo forte». Xi, Trump e Putin «gestiscono e agiscono all’interno della politica in una forma molto personalistica, in un modo che molti di questi leader di destra vorrebbero seguire, ma non possono farlo perché trovano moltissimi ostacoli derivanti dal fatto che l’Ue è un modello democratico che pone forti limiti a tale aspirazione».

L’esempio più classico è quello ungherese. «L’ex primo ministro Viktor Orbán ha usato Russia e Cina per sfidare l’Europa, ma allo stesso tempo è stato usato da Russia e Cina per indebolire l’Europa»: un rapporto di mutuo sfruttamento che ha prodotto dipendenze strutturali difficili da smantellare. Con il nuovo Governo di Magyar, avverte la ricercatrice, «le cose non dovrebbero cambiare velocemente, specialmente in termini di dipendenza dagli investimenti cinesi: può cambiare la prospettiva politica, tuttavia la realtà economica rimarrà tale, almeno nel medio e breve periodo». Nel frattempo, Xi Jinping aspetta. Prima di tutto che la guerra in Ucraina logori l’Europa, che il conflitto in Medio Oriente disperda le energie americane, e infine che i dazi di Trump alienino gli alleati di Washington. Ogni crisi che scuote l’ordine esistente è, per Pechino, un’opportunità da amministrare con pazienza, e allo Zhongnanhai la pazienza non è mai mancata.