Il contagio dei libri

by azione azione
3 Giugno 2026

Bibliomani, filologi ossessivi e feticisti del taccuino nero nel «Piccolo dizionario delle malattie letterarie» di Marco Rossari

Una delle più memorabili tra le xilografie di Gustave Doré è quella che raffigura la pazzia di don Chisciotte. A furia di leggere romanzi di cavalleria, la mente del povero hidalgo è sopraffatta da una folla di personaggi che non solo gli rampollano dal cervello, ma si manifestano concretamente intorno a lui: Orlando, il mago Merlino, Amadigi di Gaula, Angelica, Calibante, Florismarte d’Ircania… per tacere di draghi e unicorni. Sarà il curato, entrato in casa di don Chisciotte per sincerarsi delle sue condizioni, a scoprire centinaia di volumi accatastati e ad aspergerli con acqua benedetta, «affinché non resti alcuno degli incantesimi dei quali sono zeppi codesti libri».

Un altro celebre martire del contagio libresco, in verità più erudito che letterato, è naturalmente don Ferrante (con ogni probabilità ispirato dall’eroe cervantino, visto che una delle sue passioni – scrive Manzoni – è la cavalleria). La sua morbosa ossessione enciclopedica lo porta infatti a sovvertire i giudizi, esaltando figure di scarso valore e sminuendo i filosofi più autorevoli. E, discorrendo di compulsatori maniacali, non può non tornare alla mente un eccentrico come Sylvestre Bonnard, per il quale la filologia da disciplina erudita è eletta a categoria metafisica, mentre la sua biblioteca appare come una torre d’avorio dalla quale non poter evadere.

Le tre figure appena evocate potrebbero comparire in esergo all’esilarante volumetto di Marco Rossari (Piccolo dizionario delle malattie letterarie, Einaudi 2025), la cui lettura invoglia a ipotizzare una graduatoria tra disfunzioni così particolari. Sul gradino più basso si troverebbe allora la bibliofilia (l’amore per i libri, per lo più innocua), seguita dalla bibliomania (temibile per i possibili aspetti patologici), dalla bibliolatria (da scansare poiché foriera di esaltazione e fanatismo), dalla bibliomanzia (pericolosissima in quanto anticamera della stregoneria), dalla biblioclastia (foriera di censura, quando non di roghi di libri), fino alla mostruosità della bibliofagia. Ma il repertorio semiserio di Rossari si muove con acume e una buona dose di humour tra le quinte (e spesso nei bassifondi) dell’ambiente letterario, prendendo sì di mira gli scrittori, ma senza risparmiare le altre due categorie che, insieme, compongono lo strano triangolo delle «belle lettere»: gli editori e i lettori.

In questo esile libro, che procede in ordine alfabetico e con misura aforistica, salta subito all’occhio l’irresistibile parallelismo tra termini letterari e varie patologie, direi con predilezione per le funzioni gastrointestinali: le adelphoidi sono un’infiammazione che si cura tappezzando le pareti di casa con i colori pastello della raffinata casa editrice milanese; se il libro è visto come un paziente da curare, allora il colophon diventa la sua cartella clinica; invece l’ossessione per la rievocazione della propria infanzia verrà diagnosticata come proustatite.

Non poche delle patologie immaginarie qui descritte risultano così argute e giuste da rendersi comprensibili quasi senza spiegazione (perché togliere al lettore il piacere di scoprirlo da sé?): troviamo per esempio la comodinite (affine al giapponese tsundoku), il déjà-lu, la piaga di Finnegan, il complesso di Miller, la narcosi di Maugham, il singhiozzo di Emily, il priapismo di Roth, la prévertite e l’orianafallacite (qui torna alla mente l’urticante giudizio che della famosa giornalista diede a suo tempo Federico Zeri: «Oriana Fallaci, la più grande scrittrice di querele»). Bellissimo, infine, il colpo dello Strega. Spiace solo che non si faccia menzione di quella che si potrebbe chiamare durasite, cioè la particolare compulsione di Marguerite Duras a trarre, da ognuno dei suoi romanzi, prima una pièce teatrale, poi una riduzione radiofonica, una sceneggiatura, un saggio, una parodia e financo un sonetto.

Un posto d’onore è riservato a un vero e proprio feticcio della creatività letteraria, l’accessorio considerato indispensabile per ogni scrittore degno di questo nome: il leggendario taccuino Moleskine in pelle nera, grazie al quale chiunque sembra potersi trasformare in un novello Hemingway. O si illude. La verità è che purtroppo quei costosi quadernetti non consentono la trasmigrazione del talento. E se non ci si chiama Christopher Isherwood, Paul Bowles o Bruce Chatwin, meglio passare alla versione agenda.