L’adolescenza e il tempo sospeso della crescita

by azione azione
27 Maggio 2026

Editoria: dai romanzi contemporanei italiani alla costruzione di un immaginario in cui la crescita diventa schema narrativo più che esperienza di trasformazione

All’uscita di ogni nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti i recensori si divertono – in una sorta di «trova le differenze» – a evidenziare gli elementi di continuità e di novità rispetto ai titoli precedenti. Prassi certamente giustificata per uno scrittore la cui opera appare come un monolite che ruota attorno a pochi nuclei tematici e a una paletta ristretta di scelte espressive; e che quindi diventa inevitabile per Il custode, in larga parte costruito sul riassemblaggio di materiali attinti dai romanzi passati.

Mi limito allo stretto necessario. Anche qui c’è un tredicenne (Nilo) impegnato nel proprio percorso di crescita e confrontato con elementi destabilizzanti: un segreto ancestrale che la sua famiglia custodisce – appunto – nel bagno di casa; l’incontro con una donna più matura di cui si invaghisce e che farà la stessa drammatica fine della maestra Flora Palmieri di Ti prendo e ti porto via. E anche qui lo sfondo è costituito da un Meridione ai margini di tutto (una Sicilia in cui convivono mare e calcinacci). Noterei allora come la geografia letteraria di Ammaniti si polarizzi abbastanza chiaramente tra i romanzi del Centro-Sud e quelli di ambientazione romana, i meno riusciti: Che la festa cominci, Io e te, La vita intima (all’ormai lontanissimo Branchie andrebbe dedicato un discorso a parte); sempre però con una predilezione per il pertugio (la cantina, la buca nel terreno, qui la stanza da bagno), il luogo segreto in cui i ragazzini protagonisti incontrano il male che viene dagli adulti. In questi momenti topici Ammaniti – da sempre, forse con l’eccezione delle prime pagine di Anna – abbassa la temperatura emotiva del testo, riassorbendo il trauma entro il perimetro rassicurante dell’infanzia (Nilo affronta la creatura del bagno e per cena viene premiato con «un budino Cameo») o sublimando il macabro per anestetizzarlo (la testa del padre di Nilo, pietrificato dal mostro, è ora custodita sul fondo dell’armadio della mamma, nella «scatola rosa di un pandoro avvolta da un nastro rosso»).

L’impressione è che Ammaniti – più che i propri giovani personaggi – si preoccupi di proteggere i suoi lettori, soprattutto attraverso una scrittura docile (per non dire al ribasso, come ha mostrato Gianluigi Simonetti) – e a ben vedere fintamente estrema anche ai tempi dei cosiddetti «cannibali» –, qui però asciugata dalle immagini più grottesche e iperboliche. Anche sul piano dei temi e dei motivi l’autore opera un paio di rotture molto appariscenti – e tutto sommato felici – in un tessuto di sostanziale continuità e riconoscibilità, in particolare con la scelta di saldare il mito di Medusa con il percorso di crescita del suo giovane eroe. Insomma, il lettore va sorpreso, ma sempre facendogli respirare l’aria di casa.

La standardizzazionedel romanzo di formazione contemporaneo mostra una sintassi emotiva sempre più riconoscibile

Niccolò Ammaniti ha di fatto contribuito a disegnare il romanzo di formazione mainstream degli anni Duemila, i cui archi narrativi appaiono integralmente schiacciati sull’elemento che divide l’adolescenza dall’età adulta, quasi sempre – e sin dai titoli – collocato nei mesi estivi (le cose che fanno crescere non avvengono di certo a scuola): Acciaio di Silvia Avallone, La fine dell’estate di Serena Patrignanelli, L’estate muore giovane di Mirko Sabatino, Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi, Settembre nero di Sandro Veronesi. E non ingannino i tempi lunghi di Paolo Giordano, che costruisce La solitudine dei numeri primi sul semplice accostamento di scene madri, eliminando cioè proprio quelle zone di connessione nelle quali dovrebbe insinuarsi un romanzo.

Vale allora la pena di allargare il discorso a un altro libro di recente pubblicazione – La vita giovane -, tra l’altro scritto proprio da una sorta di allievo di Ammaniti. Mattia Insolia mostra infatti di averne attentamente attraversato l’opera sin dalla tesi di laurea sulla letteratura «cannibale» e dal suo romanzo di esordio (Gli affamati sono di fatto una riscrittura di Ti prendo e ti porto via). Anche Insolia propone un trauma adolescenziale raccontato dall’interno, ma spostando in avanti (alla fine del liceo) sia il fatto in sé, sia il punto da cui viene osservato.

Teo, dopo un’assenza di nove anni, torna al paese dov’è cresciuto. Il matrimonio di due compagni del tempo delle superiori è il motivo che ricongiunge l’intero gruppo di amici. Lì ritrova la madre ormai in fin di vita a causa di una malattia degenerativa e, soprattutto, sarà costretto a fare i conti con i fantasmi del passato: il male che viene dalla famiglia, un segreto condiviso con i vecchi sodali, gli amori mai rivelati. Tutti elementi che alla fine non vengono sviluppati più di tanto e si perdono tra pagine (troppe: quasi quattrocento) in cui più che altro si consumano molto alcol e molto sesso. Anche la scrittura di Insolia mostra diverse fragilità: paratassi che velocizza il ritmo narrativo (incipit: «Mi slaccio la cintura di sicurezza, pigio sull’acceleratore e tolgo le mani dal volante, abbasso i finestrini, reclino il capo sul poggiatesta e chiudo gli occhi»); similitudini sovrabbondanti («Per un istante mi figurai l’auto dall’esterno – come fossi un uccello o un insetto: dall’alto doveva sembrare una stella cadente che tagliava il cielo deserto o una scintilla che guizzava nel buio o una navicella che sfrecciava nello spazio profondo»); iterazioni stucchevoli («Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?», ripetuta a ritornello decine di volte e risolta nell’edulcorazione dell’ultima riga del romanzo: «C’è un nuovo sogno») o infelici («A Milano, durante un aperitivo è saltato fuori che tutti, eravamo una decina, eravamo in terapia»; «Usammo i bagni nella hall – la stanza ormai non potevamo più usarla»); immagini improbabili («Il cielo azzurro e compatto pareva di vetro, il sole galleggiava sopra la mia testa con una certa soddisfazione»); riferimenti metanarrativi al ribasso («È molto triste, lo so, ma questa storia fa pure ridere, ve lo prometto»). Ecco, Insolia sembra presupporre un lettore modello incapace di autonomia interpretativa, e quindi da prendere per mano: «È il momento di dircelo, maschi: fare pipì in piedi non ha senso»; «Ci avviammo verso quella zona, ma – se siete stati all’Ikea sapete come funziona – per farlo ci toccò attraversare l’intero negozio».

Niccolò Ammaniti è da sempre uno scrittore programmaticamente antiideologico che fa quello che sa fare – cioè raccontare storie adottando un punto di vista che regredisce all’infanzia – senza troppe ambizioni didascaliche, ed è proprio per questo che spesso sa cogliere meglio di altri qualcosa dei tempi che corrono. Mattia Insolia sembra invece azzardare, attraverso il suo personaggio-coetaneo, il velleitario affresco di una generazione di trentenni disillusi, che fatica tuttavia a superare qualche frase generica («Siamo la generazione più inculata della storia») e si spegne mestamente su un paio di verità a buon mercato («L’amore ha questo potere: rendere tutto il nulla e nullificare il tutto»; «L’amore vero non finisce mai»).