La Luna, un grande affare per molti

by azione azione
20 Maggio 2026

Risorse preziose e sfide al limite: il nostro satellite diventa il campo di una competizione dal finale imprevedibile (parte 2)

Il programma Artemis di ritorno alla Luna fu pensato già 20 anni fa, quando negli Usa era presidente George W. Bush e si erano chiuse le missioni dello Shuttle. È partito ufficialmente nel 2022 con Artemis 1, un giro della Luna senza equipaggio, poi Artemis 2, quest’anno, un sorvolo della Luna con persone a bordo, poi ci aspetta nel 2027 un nuovo programma che ha stravolto l’originale (vedi articolo sull’edizione del 6 maggio, pag. 13) con Artemis 3 in orbita terrestre. Infine Artemis 4, nel 2028, con la discesa degli astronauti americani sulla Luna.

Lo ha voluto così Trump, il cui mandato scade appunto nel 2028 e lui vuole essere il presidente in carica che avrà fatto tornare delle persone sulla Luna e battere sul tempo i cinesi. Per guadagnare tempo ha eliminato dal programma la progettata stazione orbitante intorno alla Luna (il Gateway) che gli europei, forti di un contratto internazionale, stanno già costruendo. Dopo il 2028, al seguito ci penseranno gli altri. È comunque già noto, complici anche gli interessi economici dei miliardari che oggi sono con Trump, come Elon Musk e Jeff Bezos (che già mettono a disposizione delle missioni spaziali i loro razzi, le loro navette, e i loro capitali) che in futuro si intende costruire una base sulla Luna, magari sfruttando qualcosa di già preparato per il cancellato Gateway.

Dalla regolite si potrebbe estrarre ossigeno e produrre acqua

Interessano le preziose risorse del pianeta, con scavi e prelevamento di materiali utili per la Terra. Sembra di essere in un film di fantascienza: a parole si fa tutto facile. Come se si potesse scendere sulla Luna con una nostra impresa di costruzioni e operare come sulla Terra… La realtà è ben diversa, la Luna è diversa. Lassù non c’è atmosfera, ci vuole una tuta speciale e un casco tipo palombaro per muoversi e respirare, niente vento, niente pioggia, niente suoni. Grandi sbalzi di temperatura al sole oppure all’ombra. Ma soprattutto un ambiente a noi ostile, con uno strato superficiale lunare composto da un materiale roccioso frantumato, la regolite, una sorta di sabbia con granelli non arrotondati ma spigolosi. Materiale che è anche una risorsa preziosa, perché è fatto di ossidi di silicio e di altro, e contiene molto ossigeno. Dalla regolite si potrebbe estrarre quell’ossigeno addirittura in buona quantità e perfino produrre acqua (al Politecnico di Milano una ricerca e un impianto sperimentale ci stanno già provando, in laboratorio, con un certo successo). Ma un conto è farlo sulla Terra, un altro sulla Luna.

La regolite, frutto del bombardamento millenario dei meteoriti non frenati dall’atmosfera, è una specie di polvere estremamente abrasiva, si carica elettricamente e questo implica che si attacchi dappertutto. È sgradevole per le persone e un vero killer per tutti gli ingranaggi di un oggetto che si muove. Gene Cernan, il comandante della missione Apollo 17, l’ultimo uomo che lasciò la Luna nel 1972, ne ricordava il fastidio quando, in giro su una specie di jeep lunare insieme al geologo Jack Schmitt, andava a caccia di rocce da portare sulla Terra. Scrisse Cernan in un suo diario: «La polvere e la fatica stanno decisamente causando problemi. Quegli insistenti, sottili granelli riescono a penetrare dappertutto nelle parti in movimento dei nostri strumenti, le cose cominciano a rompersi». Poi ricordava che quando un parafango del rover lunare si ruppe, la polvere inondò i loro corpi ogni volta che si muovevano: «Le nostre mani e gli avambracci sembravano duri come granito. La polvere incrostava profondamente tutte le unghie come se ci fosse stata martellata dentro». In quella polvere, che di sicuro conserva ancora sulla Luna la famosa impronta della scarpa di Neil Armstrong, perché non ci sono né pioggia né vento che possono portarla via, Gene Cernan tracciò le iniziali di sua figlia Tracy, poco prima di lasciare il suolo lunare.

Il «Trattato Onu sullo Spazio» del 1967

Miglioramenti tecnologici e finanziamenti miliardari a parte, una base sulla Luna non sarà una passeggiata: vanno tenuti in considerazione tutti gli aspetti tecnici e ingegneristici della vita in ambiente extra-terrestre. Si va dall’approvvigionamento energetico a quello alimentare, alla protezione dalle radiazioni, alla produzione e il riciclo dell’acqua ecc. Senza dimenticare che la gravità lassù è diversa, con tutte le conseguenze del caso. Quanto a chi arriverà sulla Luna per primo e dove allunerà, la cosa non è di poco conto. La presenza umana lontano dalla Terra è regolamentata dal «Trattato sullo Spazio» del 1967. Si tratta di un trattato dell’Onu che sancisce che nessuno può essere proprietario di alcun oggetto celeste o di una sua parte. Si parla di proprietà, però quanto allo sfruttamento delle risorse presenti sui pianeti esplorati i tentativi di regolamentazione non sono mai stati sottoscritti da tutti e, a quanto ne sappiamo, nemmeno codificati.

Partecipare oggi a una missione spaziale, strategicamente vuol dire potersi sedere un domani al tavolo di chi scriverà le regole economiche e politiche per le missioni future nello Spazio. Per ora esistono i cosiddetti «Accordi Artemis», adottati nel 2020 e sottoscritti da una sessantina di Nazioni, ma la Cina e la Russia non sono tra queste. Dopo le missioni Artemis non si parlerà di sole esplorazioni scientifiche ma di insediamenti. La «Legge dello Spazio» dovrà essere arricchita da concetti legati all’estrazione delle risorse. Agli imprenditori spaziali di oggi, primi attori della partita, non interessano le concessioni. Non siamo più nell’America della corsa all’oro. Le regole di proprietà sancite dal «Trattato dello Spazio» non li toccano. Tutti, americani e cinesi, vogliono andare nello stesso posto, dove sanno che ci può essere qualcosa con cui fare buoni affari. Nella zona del polo sud lunare, per esempio, dove si sa che nei crateri più all’ombra c’è una grande quantità di ghiaccio, una potenziale ricchezza economica per chi vuol stare sulla Luna. Per ora basta loro arrivare per primi in quel posto: se ci sono qui io non possono venire gli altri! Poi magari ci si metterà d’accordo con l’altro per trarne vantaggi reciproci. Comandano i soldi e la legge di mercato.

Non è una passeggiata

Come detto, non sarà facile sfruttare le risorse lunari. Nel caso del ghiaccio, per esempio, ipotizzando di prenderlo con un robot, di utilizzare l’energia solare per farlo sciogliere e scinderlo in idrogeno e ossigeno, si otterrebbero due elementi da usare in loco. Ossigeno per far respirare gli astronauti e idrogeno per far funzionare le celle a combustibile e ottenere energia. L’idrogeno e l’ossigeno possono anche essere utilizzati nei lanciatori, quindi la Luna potrebbe diventare una stazione di servizio per riempire i serbatoi dei razzi prima di farli ripartire per missioni più lontane. Sapendo di avere questa possibilità i lanciatori potrebbero partire dalla Terra con meno carburante, e quindi pesare meno e costare meno, per poi fare il pieno con un rifornimento sulla stazione lunare. Fattibile? Forse. Facile? Di certo no. Il ghiaccio nei crateri lunari è composto da idrogeno e ossigeno, ma una volta estratto sublimerebbe subito, passando direttamente dallo stato solido al vapore perché sulla Luna manca la pressione atmosferica che lo trattenga. Per evitarlo servono sistemi di contenimento adeguati. Se si vuole ottenere acqua, potrebbe essere più conveniente estrarre l’ossigeno dalla regolite e aggiungere poi l’idrogeno ricavato con altri metodi. Sono idee già note, ma realizzarle in un ambiente ostile come quello lunare non è affatto un compito facile.