Buone notizie dall’inferno

by azione azione
29 Aprile 2026

C’è un po’ di bene nel male, dicono i taoisti. Partiamo dal bene. Nel pandemonio di notizie svilenti che ci roteano attorno, eccone una bellissima, ancorché figlia dei tempi grami che stiamo vivendo: per la prima volta in un secolo, la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili (34%) ha superato quella generata dal carbone (33%), che resta la fonte più inquinante. Inoltre, solo per la quinta volta dall’inizio del XXI secolo, la produzione elettrica complessiva da combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) ha registrato una lieve flessione (-0,2%).

I dati emergono dalla settima edizione della Global Electricity Review pubblicata dal think tank londinese Ember, che analizza le produzioni di 91 Paesi rappresentativi del 93% della domanda globale di elettricità. L’espansione di solare ed eolico è bastata a coprire interamente l’aumento della domanda elettrica globale, nonostante la forte crescita dei consumi nel 2025. E, per una volta, a differenza di quanto accaduto durante precedenti crisi – quella economica del 2009 o la pandemia nel 2020 – la riduzione delle fonti fossili non è stata causata da una recessione, ma dalla capacità delle rinnovabili di soddisfare i nuovi fabbisogni.

È un ambito in cui la Svizzera rappresenta già un’eccezione positiva. Nel 2024 quasi l’80% dell’elettricità fornita nel nostro Paese proveniva da fonti rinnovabili. La spina dorsale resta l’idroelettrico (circa 66%), cui si affiancano fotovoltaico, eolico, biomassa e piccolo idroelettrico (circa 13% complessivi). Il nucleare copre ancora il 19%, mentre i combustibili fossili sono ormai marginali (circa 1%).

Un po’ di bene, sì. Ma il male resta sovrabbondante. Perché, a livello planetario, l’elettricità rappresenta ancora solo il 21% dei consumi energetici globali (dato 2024). Il restante 79% è coperto quasi interamente da combustibili fossili, responsabili delle emissioni di gas serra che alimentano il surriscaldamento globale. Il problema, però, non è solo ambientale. È anche – sempre di più – geopolitico. Se sommiamo questi dati alle emergenze attuali, appare evidente che è tempo di superare un sistema che ci tirannizza da decenni – lo abbiamo visto con la crisi ucraina e lo stiamo rivedendo oggi – genera conflitti ricorrenti e brutali, produce tragedie pagate dalla gente comune e ci lascia in eredità un pianeta più sporco inserito in un clima sempre più torrido: il sistema petrolio. Non è solo una fonte energetica, è un sistema di potere.

Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL) commercializzati via mare. Basta che questo passaggio diventi instabile perché i prezzi inizino a correre.

Anche il borsellino dei cittadini americani ne risente, ma in prospettiva per l’Europa la situazione è assai più critica. L’Europa importa la maggior parte del petrolio che consuma, la Svizzera il 100%. Gli Usa invece, sono il primo produttore mondiale di petrolio e di gas e dipendono molto meno dai colli di bottiglia di Hormuz o dalla chiusura dei rubinetti russi. Continuare a puntare su queste fonti significa continuare a consegnarsi ai ricatti dei potenti e a finanziarne le trame.

Sganciarsi dal sistema petrolio porterebbe enormi vantaggi a Europa e Svizzera. Se non vogliamo farlo per idealismo climatico, facciamolo per interesse economico, sicurezza e stabilità. Siamo consapevoli di non essere ancora pronti al «grande balzo». Il petrolio resta «comodo»: ha un’altissima densità energetica, è facile da stoccare, funziona ovunque senza cambiare abitudini. Farne a meno comporta una dinamica politica ingrata: i costi (investimenti, cantieri, adattamenti) sarebbero immediati e visibili; i benefici (prezzi stabili, sicurezza, meno crisi) arriverebbero dopo anni.

Ma questo sistema ci sta rovinando la vita. Se non iniziamo a preparare seriamente un mondo post petrolifero ora, mentre ne vediamo con chiarezza gli effetti perversi, rischiamo di non farlo più. E più tardi inizieremo, più ci costerà uscirne.