Castelli nel cuore, fortezze di fatto

by azione azione
22 Aprile 2026

I castelli di Bellinzona sono di nuovo sotto assedio. Ma questa volta gli assedianti non sono i pugnaci «sguizari» armati di balestre, con gli urani in prima fila, ma gli stessi abitanti della capitale, o almeno una parte di essi. I pomi della discordia sono numerosi, anche di natura commerciale, come la proposta di riscuotere un tributo ai visitatori per accedere al complesso. Ma ciò che accende le discussioni in città è il cambio di nome che si sta facendo strada nel marketing e nella cartellonistica: «fortezza». Uno schieramento politico composito sta raccogliendo le firme per impedire questa ri-denominazione, che secondo i promotori finisce per banalizzare una struttura che, nella «vox populi», è sempre stata rubricata sotto la voce «castelli».

Rottura con la tradizione

Diciamo subito che «fortezza» rompe con buona parte della tradizione. Finora, nella pubblicistica e nelle schede promozionali, ha sempre prevalso la nozione di «castelli». Definizione Unesco: «I castelli di Bellinzona: ieri chiusa delle Alpi, oggi patrimonio dell’umanità». E ancora: «tre castelli, murata e cinta muraria del borgo di Bellinzona. Il sito delle tre fortificazioni Castel Grande, Castello di Montebello e Castello di Sasso Corbaro» (da un opuscolo, sempre dell’Unesco, dedicato al «World Heritage in Switzerland»).

E gli studiosi, i medievisti, come si sono posti di fronte alla questione? Nell’opuscolo redatto per le Guide dei monumenti svizzeri, Werner Meyer ricorre a un’ampia gamma di termini sinonimici per designare i numerosi interventi edilizi e i rimaneggiamenti che si sono succeduti lungo i secoli. La ricerca archeologica ha potuto accertare che l’area nasce come complesso difensivo, con una prima fase assai rudimentale che poi i signori di Milano perfezionano, estendono e consolidano per arrestare la calata degli svizzeri, sempre più intenzionati a impadronirsi di Bellinzona. Lo sbarramento nasce dunque principalmente come fortezza, piazzaforte, roccaforte, complesso fortificato, fortilizio. Non siamo di fronte a dimore residenziali, a una vita di corte e a tornei con la presenza di nobili, a manieri paragonabili ai castelli della Loira, ma a costruzioni austere simili a caserme, destinate ad accogliere guarnigioni armate. Sono, insomma, presidi militari: i Visconti e gli Sforza abitano altrove, a Milano, a Pavia e in altre cittadine del Ducato meno esposte alle scorribande dei loro nemici che, ciclicamente, scendono verso la florida pianura lombarda.

Il pensiero va a quei fortunosi tempi

Sotto il dominio svizzero, il baluardo con la cinta muraria perde rilevanza per lentamente decadere. E meglio non va dopo la fine dei baliaggi e la costituzione del Cantone nel 1803. Emilio Motta – padre, con Franscini, della storiografia ticinese – così descrisse la capitale nel 1889: «Bellinzona – nei suoi castelli – è fieramente bella e ben sta quel suo bellicoso aspetto. È ben vero che l’edera copre le sue torri un dì temute, ora rovinate; che i monti circostanti più non ripercuotono il grido delle vigili sentinelle, mentre dal di sotto del castello di mezzo risponde il sibilo, prolungato e acuto, ma pacifico, della locomotiva; che la sua cinta di mura smantellate e malconce dal moderno genio civile, non è più formidabile schermo di potente nemico, eppure aggirandoti per le strette vie, ti sembra rivivere molti secoli addietro ed il pensiero non sa staccarsi da quei fortunosi tempi».

Non c’è dubbio: nella memoria dei bellinzonesi (e possiamo ben dire, dei ticinesi tutti) c’è il castello, non la fortezza. Quest’ultima è da ricercarsi soprattutto nel massiccio del San Gottardo, con le sue testuggini, le sue postazioni di artiglieria e la sua rete di cunicoli. Castello suona leggiadro e fiabesco; rimanda a un’era che risveglia un immaginario trasognante, gremito di re e regine, di nobili e cavalieri, di armi e amori, di cortesie e di audaci imprese, di cantastorie e giullari. Per contro fortezza evoca caverne dall’aria casermesca, portoni blindati, feritoie e casematte scavate nella roccia che spengono sul nascere ogni volo della fantasia. Non è questione di chi abbia ragione o meno. Siamo su piani diversi, l’uno scientifico, l’altro emotivo. Gli storici sottolineano la funzione essenzialmente militare del complesso fortificato; gli abitanti della capitale guardano invece alle torri e ai merli ghibellini con l’occhio della simpatia e dell’affetto. Nella loro mente c’è posto solo per i castelli, non per la fortezza. Perché, come diceva Pascal, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.