Poesia: escono per le Edizioni Casagrande un’antologia di Aurelio Buletti e la nuova raccolta poetica di Pietro De Marchi
«È una scelta molto probabilmente non abbastanza severa. Un saluto! Aurelio». Non saprei più dire a quale libretto andasse allegato questo breve messaggio, scritto a mano su una bella carta dai bordi zigrinati. Nel suo abituale understatement, avrebbe potuto andare bene con tutti i titoli della sua produzione letteraria. Né mi aiuta la data, 11 febbraio 2012, a un’altezza cronologica cui non corrisponde nessuna pubblicazione maggiore. Quello che è certo è che, da allora, questo messaggio bulettiano è diventato il mio segnalibro preferito ogni qual volta sento la necessità di tornare ad ascoltare la calma voce di Aurelio, scomparso in punta di piedi nel novembre del 2023, così come era vissuto.
Nell’imminenza del primo anniversario le Edizioni Casagrande fecero uscire un libro postumo, una Smilza raccolta di poesie sparse che nel tono e nei temi continuava sulla strada cui l’autore ci aveva abituato, costellata di piccole accensioni, retta da una contenuta ma significativa trama di affetti (con al centro l’amata Gio) e caratterizzata da una sostanziale fiducia nell’esistenza. Forse anche per fare ammenda per quella frettolosa pubblicazione, tipograficamente un po’ infelice, lo stesso editore propone oggi una ricca antologia curata da Fabio Pusterla che ha il merito di rimettere in circolazione, se non tutte, buona parte delle poesie di Buletti.
Iniziando dal sorprendente esordio costituito da Riva del sole, una minuscola raccolta uscita a Lugano nel 1973 presso le Edizioni Pantarei di Eros Bellinelli, nella collana Opera prima curata da Manfredo Patocchi. Era un simil-Scheiwiller color verde oliva di una trentina di pagine, con testi brevi e brevissimi che già davano la misura di quella che sarebbe stata la futura carriera del poeta. Vi si trovano infatti versi iconici, dal sapore metaletterario («Io cerco parole abitabili, / subito metto / in settenario bettola») o celebrativi delle piccole gioie del quotidiano («C’è anche una speranza senza fede. / Come nell’orto incolto / il vecchio trova / l’odorosa erba salvia»). Memorabile poi il testo eponimo: «Riva del sole traversa la strada: / su una panca del ciglio, un’altra volta, / il vecchio e il suo superstite compagno / negoziano / quanto rimanga a che il mare li prenda; / e se sarà domani pioggia, malanno o morte». Ad Aurelio Buletti non servivano molti versi per richiamare sulla pagina questioni esistenziali di ampia portata, accolte con quella serietà e quella postura morale che gli erano garantite da un tono sempre dolcemente ironico, lieve ma non leggero.
Una seconda tappa fu, nel 1979, Né al primo né al più bello, titolo che nella congiunzione negativa (in)consapevolmente richiamava Né bianco né viola di Giorgio Orelli, datato 1944, e anticipava Né timo né maggiorana di Giovanni Orelli (1995). Sorprende che, per le vie misteriose che spesso sorreggono le vite dei poeti, la nuova raccolta uscì in Sardegna, a Sassari, per una piccola casa editrice locale (Iniziative culturali) divenendo presto un libro introvabile e prezioso, non per questo il più riuscito. Il curatore, direi a ragione, conserva infatti soltanto 20 testi di 39, ma non poteva tralasciare la versione bulettiana della Sacra Famiglia: «Bada a come la luce / digrada presto / e la novena suona ch’è già notte. / Bada che il tuo background / non ti esce con il fiato che si addensa / e (dunque) bada a lei / che ti darà un figlio, / che non caschi dall’asino / e forse i ricchi / saranno rimandati a mani vuote».
Un Terzo esile libro di poesie molto simile ai precedenti – ma Buletti era così – uscì nel 1989, chiuse oramai le Edizioni Pantarei, presso la medesima Tipografia Mazzuconi di Lugano che già aveva stampato il primo, e fu in sostanza una pubblicazione autoprodotta, cosa che la rende oggi ancor più rara. Con quel titolo, pure volutamente defilato, terminava la prima parte della carriera di Buletti, che avrebbe conosciuto un rinnovato slancio negli anni tardivi grazie all’ideale connubio con le edizioni Alla chiara fonte di Mauro e Chiara Valsangiacomo, dove Aurelio trovò – editorialmente parlando – una vera e propria casa, su misura per lui e per le sue poesie, divenendone l’autore più rappresentativo. Da Brevi (2001) a Segmenti di una lode più grande (2002), da Temi (2004) a Salmo incerto di minima fede (2004) fino a E la fragile vita sta nel crocchio (2005, in 4 volumi), per non dire che dei titoli principali, si dipanano i prodotti della sua poesia maggiore, caratterizzata da un’impaginazione rigorosamente a pianta centrale, da una metrica classica e al tempo stesso sobria, da coraggiose rime baciate e da una ricerca lessicale che dà il meglio di sé negli aggettivi («felicità non basta se aurorale», «sia pietoso il passante», «sentirsi poeta umanitario») e persino negli avverbi («Propriamente ti penso», «Indubitatamente hanno mete») più che nei sostantivi o nei predicati. Una poesia di lode e ringraziamento, solo a tratti e timidamente polemica, sempre molto accogliente nei confronti del mondo e dei lettori. Una poesia discreta e laterale, che dice senza dire, allude, sussurra, vibra con discrezione, fa parlare i silenzi e il bianco stesso della pagina.
Proprio nei giorni in cui operava Pusterla, condividendone l’impostazione di fondo ma dispiacendomi un po’ per l’assunto iniziale (con 200 pagine in più ci sarebbe stato tutto Buletti, e sarebbe stato un gran dono), mi chiedevo chi potesse raccoglierne l’eredità letteraria. Quand’ecco che il medesimo editore manda fuori la nuova raccolta poetica di Pietro De Marchi, la quarta presso Casagrande dopo Parabole smorzate (1999), Replica (2006) e La carta delle arance (2016). Intendiamoci, i nomi che in genere vengono fatti per Pietro De Marchi, e questo Alla giusta stagione non fa eccezione, sono piuttosto quelli di Giorgio Orelli, Vittorio Sereni o Luciano Erba. E però con Buletti condivide l’attitudine poetica, la stessa, gioviale accoglienza nei confronti della vita, che entra sì nei versi assieme alla certezza che «ogni cosa» (come notava Kafka) «si ribella a diventare parola scritta», eppure non si riesce proprio a farne a meno.
E così come Buletti è sempre stato un acuto osservatore della sua poesia, delle sue idiosincrasie e delle sue regole, allo stesso modo De Marchi dedica tutta la prima parte della nuova raccolta (la più significativa) a un approfondito esame della propria poetica: «l’allegria, la gioia di quando / la lingua pare aderisca alle cose / vere o immaginate / quando il suono e il senso / s’avvicinano fino a confondersi». Parole che, come insegnava Mallarmé a Giorgio Orelli, portano il poeta quasi dove vogliono: «Uno stile controllato? Ma certo, / non le mandiamo mica in giro / senza guinzaglio, le parole. / È che talvolta, come i cagnolini, / sono loro a tirarci di qua e di là, / e noi bisogna starci dietro». Sono molti gli echi richiamati dall’autore in questa poesia solo apparentemente prosaica e defilata, in realtà assai colta e consapevole, intrisa di tutta la più grande tradizione letteraria italiana, Leopardi incluso: «e così zoomando e speculando / arrivi in un nanosecondo al sistema solare, agli spazi / interstellari, alle galassie remotissime / a cospetto delle quali non siamo / che minuscola materia pensante» (Nei terrestri confini).
