Nepal, un rapper al potere

by azione azione
22 Aprile 2026

Le sfide che attendono il nuovo premier Balendra Shah in un Paese in crisi profonda

«Voglio vedere il Nepal sorridere, voglio vedere i cuori dei nepalesi danzare. Voglio vedere il Nepal sorridere, voglio vedere i nepalesi vivere felici». In principio erano i versi di una canzone che risuonava nelle cuffie di telefoni e computer, che risuonava dalle radioline nei vicoli, che riempiva le notti insonni di una generazione stanca di aspettare. La generazione Z, cresciuta tra promesse mancate e orizzonti rimandati, che a un certo punto ha smesso di aspettare e ha cominciato a scendere in strada. Le proteste del 2025, nate online e poi esplose nelle città, sono state il suo momento di gloria: una rivolta diffusa, disordinata, spesso repressa nel sangue, ma capace infine di incrinare definitivamente la fiducia in un sistema percepito come immobile. È lì che quel ritornello ha cambiato natura. Da sfogo a parola d’ordine, da canzone a linguaggio comune. È diventato la voce di un sogno, poi una rivendicazione, poi uno slogan, infine una promessa elettorale. Una promessa che ha portato al potere la canzone e, soprattutto, il suo autore: Balendra Shah, che ha giurato come nuovo premier del Nepal alla fine dello scorso marzo.

Balendra, solo Balen per milioni di persone, non è arrivato nei palazzi del potere seguendo i percorsi consueti: nessuna scalata ai ranghi di partito, nessuna eredità dinastica, nessuna formazione dentro strutture ideologiche. La sua ascesa è stata improvvisa come il cambio di ritmo in uno dei suoi pezzi. Prima rapper, poi sindaco, ora capo del Governo a 35 anni. In una Nazione dove in genere la classe politica è immobile, ieratica e in media ottuagenaria.

Terremoto di proporzioni epiche

Le elezioni dello scorso 5 marzo, seguite alle proteste, sono state l’equivalente di un terremoto di proporzioni epiche. Non hanno semplicemente decretato un vincitore ma hanno smontato un sistema politico. Il Rastriya Swatantra Party (RSP), nato appena 4 anni fa, ha spazzato via i partiti che avevano definito il Nepal per anni. La vecchia guardia (il Congresso nepalese, il CPN-UML, i Maoisti) non ha solo perso: è crollata sotto il peso di anni di risentimento. Corruzione, nepotismo, stagnazione: parole rimaste a lungo sussurri sono state gridate e sono poi diventate un verdetto alle urne. Al centro di questo ciclone c’era Balen. Più che un candidato, un catalizzatore. Che invece di tenere comizi o pubblicare manifesti, ha pubblicato una nuova canzone che in poche ore ha superato i due milioni di visualizzazioni. «Nepalesi uniti, questa volta facciamo la storia» rappava Balen, mentre gli altri ricorrevano a parole vecchie di secoli o memorie di rivoluzioni presto ammuffite. E i nepalesi hanno scelto il cambiamento, la rottura col passato, l’uomo che faceva da colonna sonora alla voglia di fare piazza pulita. Nato a Kathmandu, ultimo figlio di un medico ayurvedico e di una casalinga, Balen ha studiato ingegneria ma è diventato qualcosa di diverso da ciò che il suo percorso lasciava immaginare. Prima ancora della politica, delle istituzioni, è stato una voce che ha imparato a farsi ascoltare. Già nel 2013, vincendo una rap battle molto seguita, aveva dato forma a una frustrazione diffusa. Aveva detto ad alta voce ciò che molti non riuscivano a dire. In «Balidan» denunciava un Paese costretto a esportare la propria forza lavoro mentre pochi accumulavano ricchezza senza controllo. Milioni di visualizzazioni, milioni di ascolti, milioni di riconoscimenti.

Tra luci e ombre

L’estetica (gli occhiali neri, il blazer, l’immagine costruita) contribuiva a renderlo riconoscibile. Nel 2022 si è candidato come indipendente a sindaco di Kathmandu. E ha vinto nettamente. Da sindaco ha governato come scriveva: diretto, rapido, spesso duro. Ha ripulito alcune aree della città, ha sfidato la lentezza burocratica, ha cercato di difendere il patrimonio culturale. Ma ha anche demolito costruzioni abusive, sgomberato venditori ambulanti, attirandosi accuse di eccesso di forza. Per i sostenitori, finalmente qualcuno che agiva. Per i critici, qualcuno che aggirava le regole. Questa ambivalenza non lo ha mai lasciato. È rimasta sotto traccia, pronta a riemergere. Le proteste del 2025 hanno segnato il punto di rottura. Giovani mobilitati attraverso i social, un divieto come scintilla, ma sotto una rabbia più profonda: disoccupazione, corruzione, una sensazione diffusa di soffocamento. Molti morti. Le strade piene, poi vuote, poi di nuovo piene. E in mezzo, costante, la sua voce. «Nepal Haseko» diventava la colonna sonora di quei giorni. La sua campagna elettorale ha seguito lo stesso schema della sua ascesa: fuori dagli schemi. Poche interviste, niente dibattiti, presenza controllata. Ha parlato agli elettori attraverso i social, saltando i mediatori tradizionali. Ha promesso molto: lotta radicale alla corruzione, riforma della giustizia, milioni di posti di lavoro. E ha funzionato. L’RSP ha travolto gli avversari, arrivando perfino a battere l’ex premier KP Sharma Oli nella sua roccaforte. Ma adesso Balen si trova davanti a qualcosa di molto più complesso di una campagna elettorale o di un municipio. Un sistema articolato, una camera alta senza rappresentanza del suo partito, apparati burocratici radicati, istituzioni di sicurezza autonome.

La rapidità che lo ha reso popolare deve confrontarsi con la lentezza strutturale dello Stato. E anche con le ombre: le accuse di metodi duri contro i venditori ambulanti. Una retorica spesso aggressiva, contro potenze straniere e avversari politici, che ora deve tradursi in diplomazia e governo. E soprattutto deve fare i conti con le aspettative enormi dei nepalesi. Per molti non è solo un leader: è una specie di messia. Ma le sfide sono concrete e da far tremare i polsi. Un’economia fragile, una disoccupazione cronica, milioni di nepalesi costretti a lavorare all’estero. Perché c’è differenza tra denunciare la corruzione in un testo e smantellarla dentro le istituzioni. Tra dare voce alla rabbia e trasformarla in politica pubblica. Tra vincere e governare.