Sempre a un minuto dall’Apocalisse

by azione azione
15 Aprile 2026

Il mondo flirta con l’Apocalisse. Un giorno potrebbe scoppiare in Ucraina, con un patapam atomico sfuggito di mano a un generale russo più zarista dello zar. Il giorno dopo in Iran, che l’Apocalisse l’ha già sfiorata una volta: quella notte in cui la fine della civiltà persiana fu annunciata a muso duro e poi magnanimamente sospesa da Trump, novanta minuti prima dell’esplosione. In assenza di pathos, e per non rigirarsi i pollici, Netanyahu ha allora pensato di trasferirla in Libano, bombardando non solo altre terre, ma ogni lontana idea di tregua. Domani chissà.

La catastrofe definitiva, del resto, aleggia da tempo. Esiste un apocalittismo secolarizzato che nasce con Hiroshima, quando l’umanità capì di poter provocare da sé la fine dei tempi, anche senza l’intervento divino. Prosegue oggi con l’ecoansia planetaria legata al riscaldamento globale e alle sue conseguenze potenzialmente micidiali. L’orologio della storia fa tic tac, e la scienza sa che un giorno, quando il Sole si spegnerà, anche la Terra smetterà d’esistere. Sempre che non la spengano molti miliardi di anni prima i nuovi cavalieri dell’Apocalisse, ovvero le quattro figure simboliche di cui parla il libro biblico (Ap 6,1‑8), mandate da Dio quando l’Agnello apre i primi quattro sigilli del giudizio finale. Non si dice chi siano, ma se dovessi identificarli con personaggi reali di oggi, troverei almeno tre nomi spendibili.

Così, i nostri tempi segnano il ritorno in grande stile degli apocalittici religiosi. Secondo il Pew Research Center, il 39% degli americani crede che stiamo vivendo «gli ultimi tempi». Non a caso: sono loro lo zoccolo duro dell’elettorato di Trump, che li corteggia con continui messaggi in codice. Nell’ultima campagna elettorale ha descritto un’eventuale vittoria di Kamala Harris come un «Armageddon» economico. In un comizio del 2024 ha promesso ai «bei amici cristiani» che, se fossero andati a votare «questa volta», quattro anni dopo non sarebbe più servito, perché «avremo sistemato tutto». Allusione al ritorno imminente di Gesù, che renderebbe superflua la vita politica, o piuttosto a una visione di potere così totale da chiudere il circuito democratico? Più prosaicamente, la seconda ipotesi appare più plausibile, anche alla luce di decisioni prese contro il Congresso e contro il diritto internazionale.

Anche il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele nel 2017 e l’incoraggiamento all’annessione delle colonie in Cisgiordania parlavano direttamente a quanti credono che il ritorno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Tempio siano precondizioni del «grande combattimento finale».

Potremmo sorriderne o indignarci, ma per molti credenti Trump incarna il cavaliere biondo dell’Apocalisse anche se non è esattamente un chierichetto. Ha attraversato una trentina di procedimenti tra penali e civili, di cui almeno tre ancora pendenti. Per non parlare della morale privata o dei sospetti legati al caso Epstein, lontanissimi dall’etica puritana di certo evangelismo che lo sostiene a spada tratta. Perché?

Perché Dio, nella lettura biblica dei suoi fan, si serve di strumenti imperfetti per un disegno perfetto. Trump diventa così un «nuovo re Davide» o un «nuovo Ciro»: sovrani moralmente ambigui ma funzionali al ristabilimento dell’ordine sacro. Non cercano un pastore, ma un re: discutibile quanto si vuole, purché il progetto sia «giusto».

Così, dopo il fallito attentato di Butler, in Pennsylvania, nel luglio 2024, Trump spiegò che Dio lo aveva salvato «per un motivo»: rendere di nuovo grande l’America. Un piano divino affidato a un uomo altamente imperfetto che, per non farsi mancare nulla, ha ascoltato compunto la sua consulente spirituale Paula White paragonarlo addirittura a Gesù Cristo.

Forse ce la meritiamo davvero, l’Apocalisse.