Sulla prima pagina del giornale, in alto, vedo un numero: 747. La mente corre al Jumbo che tante volte mi ha portato in mondi lontani. Il numero però riguarda l’edizione del 22 marzo de «La lettura» del «Corriere della Sera», un altro jumbo che per l’incredibile cifra di 1 franco e 20 centesimi ti trasporta in mondi ancora più lontani ai confini dell’arte, della scienza, della letteratura. La copertina di Carlo Valsecchi, uno dei maggiori fotografi europei, avvia il motore. Ritrae il cuore della rotativa che stampa il quotidiano milanese e cattura il punto in cui la carta incontra il processo tecnologico tipografico e digitale che la trasformerà in mezzo di comunicazione, in opera letteraria e anche artistica prima ancora che in prodotto industriale e commerciale. Una foto di anniversario (150 anni di vita) che ha anche un nesso politico, visto che appare mentre in Italia, con la vendita di due dei maggiori quotidiani e una miriade di testate regionali e cittadine, cessa l’impero mediatico degli Agnelli.
Mi serve per divertirmi
Il mio 747 di carta è in pista. Decolla con una lunga intervista allo scrittore francese Houellebecq che introduce una serie di contributi dedicati all’Intelligenza artificiale (IA) e alle incessanti novità che si registrano in questo campo delle tecnologie elettronica e digitale. Cosa dice il più autorevole intellettuale francese su questo fenomeno? Facendo riferimento a una poesia scritta per un album musicale, Houellebecq ammette senza remore di far uso di ChatGPT, Claude e altri sistemi di IA: «Me ne servo un po’ per divertirmi, chiedo loro di scrivere delle cose, sono curioso di vedere il risultato… Credo che il cammino delle macchine sia inarrestabile». L’ammissione (o confessione, secondo alcuni critici francesi) conferma quanto lo scrittore pensa a proposito del futuro dell’Intelligenza artificiale, e cioè che, oltre a essere inarrestabile, essa trova anche tutto il sistema capitalistico ormai schierato in favore dei vantaggi che questa applicazione nasconde. Un po’ ingenuamente, nel senso che trascura ogni riferimento ai potenziali danni e alle difficoltà nel guidare questa evoluzione tecnologica, giunge poi a questa conclusione: «Le macchine sono lavoratori docili, che non fanno sciopero e non aprono vertenze sindacali. Almeno per ora». Al posto dell’intervistatore avrei mosso una duplice obiezione a Houellebecq: per gli intellettuali la parola sciopero è priva di significato; inoltre le potenziali vertenze sono assai diverse e molto più pericolose di quelle sindacali degli operai o degli impiegati.
Piccoli esseri che ci popolano
Compreso nel modico prezzo, il mio jumbo di carta include anche un sorvolo settimanale su idee, recensioni, suggestioni e proposte letterarie e artistiche. Rimango colpito da un articolo in cui Manuela Monti e Carlo Alberto Redi mi rivelano uno dei più inattesi dati del sequenzionamento del genoma umano: ognuno degli oltre otto miliardi di esseri umani che popolano il nostro pianeta porta dentro di se una quantità inimmaginabile di piccolissimi esseri (miliardi di virus, archaea, batteri, funghi, protozoi, vale a dire circa 1,5 – 2 chilogrammi di peso corporeo) che condividiamo e ci scambiamo (attraverso abbracci, baci, coabitazione), tanto che i ricercatori parlano di con-dividui e non più di individui. Cosa c’entra tutto questo con l’Intelligenza artificiale? C’entra, c’entra. Basta proiettare il messaggio politico più importante di questa scoperta scientifica e pensare che se un giorno l’IA riuscirà davvero a portare questi strabilianti e inconfutabili dati anche in menti tarate dal razzismo e segregazionismo, diventerà difficile la vita per chiunque sostenga e voglia predicare la prevalenza e il diritto di supremazia dei propri geni rispetto agli altri miliardi di con-dividui.
Il mio jumbo di carta atterra lasciandomi nella mente la speranza che, come avvenuto con il nucleare, anche con la formidabile rivoluzione dell’IA gli esseri umani riescano a trovare indirizzi o perlomeno reti di protezione per la serie di problemi etici, morali e filosofici che ricerca e sviluppo stanno incontrando. Perché, come sostiene il filosofo Vito Mancuso, «il vero problema non è che le macchine diventano come gli uomini, ma che gli umani diventano come le macchine». Occorre evitare che, «dismessa l’illusione di essere macchinisti», ci si trovi condannati a essere (o a diventare) semplici macchinari.