Il cammino di hybris, dal mito ai disastri del nostro mondo

by azione azione
1 Aprile 2026

Hybris, ovvero tracotanza e dismisura, appaiono oggi protagoniste indiscusse di uno scenario politico sempre più inquietante. C’è da chiedersi se non si stia consumando la definitiva sconfitta del valore del limite, di quel nulla di troppo che ha alimentato la riflessione etica dalla saggezza antica fino al pensiero moderno.

Con questa domanda in testa ho ripensato ad alcuni racconti contenuti nelle Metamorfosi di Ovidio, scritte tra il 2 e l’8 d. C. Questo denso poema in 15 libri racconta figure eterne dell’umano che hanno profondamente influenzato la cultura occidentale: Dante, Petrarca, Ariosto, Shakespeare, per citare solo alcuni grandi nomi, ne hanno ripreso e rielaborato temi che interrogano, in forme diverse, la complessità dell’umana condizione e il difficile equilibrio con cui l’uomo si pone tra la natura e il divino. Temi eterni di cui la potenza delle narrazioni mitologiche conserva quell’eccedenza del senso che la razionalità occidentale ha via via rimosso.

Nel caos attale di guerre terribili e di orribili genocidi, ho ripensato in particolare alle metamorfosi di Aracne e di Niobe, figure esemplari della hybris che ben rappresentano i deliri di onnipotenza con cui siamo sempre più confrontati. «Dai retta a me, ambisci pure ad essere la più grande tessitrice tra i mortali ma non competere con la dea». Così Pallade, travestita da vecchia, si rivolge inutilmente ad Aracne, per cercare di contenere quella smisurata sfrontatezza con cui l’aveva sfidata. Rivelata la sua identità, la figlia di Giove accetta la sfida, mentre la vergine «corre per insensata bramosia di gloria verso la sua rovina».

Ovidio intreccia la violenza del dialogare con una descrizione poetica della filatura e dei colori che danzano sul telaio con cui ciascuna di loro sviluppa un’antica storia. Un racconto straordinario, contenuto nel libro VI, che si conclude con la distruzione, da parte della dea, dell’opera della vergine e con la sua spaventosa metamorfosi in ragno.

Niobe aveva conosciuto Aracne ma la punizione della sua conterranea non bastò a persuaderla a non competere con gli dei del cielo. Anche lei si sente divina, pretende di essere venerata e incita il popolo alla disubbidienza nei confronti della dea Latona. Una storia cruenta in cui verranno uccisi tutti i suoi figli e lei, impietrita dal dolore, trasformata in una montagna.

In queste metamorfosi il castigo degli dei diventa simbolo del bisogno di tenere sotto controllo il caos, eterna minaccia per la vita del cosmo. In un linguaggio profondamente diverso da quello dei filosofi, anche in questi racconti si esprime, seppur sottotraccia, il valore della misura e del limite. Alla vittoria degli dei sulla tracotanza umana non sembra però sia corrisposta, nel pensiero filosofico, una altrettanto sicura e stabile vittoria del valore del limite come condizione di una piena espressione della nostra umanità. Limite e misura hanno dovuto infatti sempre confrontarsi con quella hybris che, a partire dalla potenza degli eroi omerici, permane come un volto mai sopito della natura umana.

La polis di Socrate e di Platone è il luogo inaugurale del confronto con queste potenti rappresentazioni culturali di cui si fanno interpreti i sofisti. «La giustizia è l’utile del più forte» afferma Trasimaco nella Repubblica di Platone: una bella sfida etica ancora di grande attualità. Il conflitto tra i valori di una vita misurata e il desiderio invincibile di dismisura emerge anche da queste pungenti parole, raccontate dallo storico Senofonte, con cui un sofista si rivolge a Socrate: «Vivi in modo che neppure uno schiavo sottoposto al regime del padrone sopporterebbe, indossi un mantello modesto, lo stesso d’estate e d’inverno, giri scalzo senza tunica, non ti appropri di ricchezze… sei un maestro di infelicità…».

A partire da questi momenti inaugurali, la riflessione etica è stata sempre attraversata, con sfumature diverse, da un continuo richiamo al valore della misura come radice della nostra comune appartenenza all’umanità. Eppure l’homo homini lupus di hobbesiana memoria continua, oggi sempre ancora, ad essere una spina nel fianco e a minacciare la fiducia in questo valore che dall’antichità arriva a illuminare le famose e impegnative parole di Kant: «Agisci in modo da trattare l’umanità sempre come un fine».

Rispetto a questo impegno etico oggi siamo messi molto male: l’insensata bramosia di gloria, di cui parla Ovidio, non sembra proprio portare alla rovina i potenti come accadde ad Aracne. Mentre rimane di preoccupante attualità anche il rimprovero rivolto dai sofisti a Socrate, considerato con disprezzo maestro di infelicità per il suo rifiuto ad appropriarsi di ricchezze.