Lo scrosciare di una vedovella, così vengono chiamate a Milano certe fontane verdi in ghisa per via del loro continuo pianto, rallegra subito il mio spaesato riemergere da Bisceglie. Capolinea della rossa dove inizia il mio mini viaggio a piedi di dieci minuti circa la cui cronaca cerco di farla breve. Marciapiedi sinceri una fine mattina di metà marzo con quasi bel tempo dopo una notte di burrasca, gelosie in cotto a croce di un fienile scampato per miracolo tra palazzoni, prati di periferia ovest con denti di leone e margheritine, «rateizzazioni» dice uno ad altri due in via Creta e il mio pensiero immediato è meglio allora le derattizzazioni, dettaglio di una bomba reggirecinto in ferro di un monumento ai caduti, esplosione di magnolie, il tiburio avvistato sopra un pino marittimo.
La facciata principale sembra un garage o sembra giocare sulla simulazione di un garage. Tranne la striscia di mattoni in cotto che richiama le chiesuole lombarde. In mezzo, l’assenza di alcuni mattoni, forma una feritoia a croce. Ma è dentro tutta la forza di questa chiesa finita nel 1956, opera estrema di Figini e Pollini. Duo di architetti coetanei composto da Luigi Figini (1903-1984) e Gino Pollini (1906-1991), autori qui a Milano negli anni Trenta dell’inarrivabile bar Craja estinto, la corbuseriana casa al Villaggio dei Giornalisti, diversi edifici in centro noti dagli intenditori per le loro particolari facciate scozzesi, la libreria e gloriosa casa editrice Hoepli finita negli ultimi giorni sull’orlo del baratro, l’ampliamento della Olivetti a Ivrea dove trovo straordinario un loro asilo.
Eppure, purtroppo, appena entrato, non percepisco proprio subito Il primitivismo mistico di Figini e Pollini come titola un pezzo di Bruno Zevi – apparso sul «L’Espresso» e raccolto poi in Cronache di architettura (1971) – che la perlustra nel novembre 1955 quando non era ancora finita del tutto ed era epuratissima come mostra la foto dell’epoca a tutta pagina mangiata con gli occhi per più giorni. Il dramma è l’aggiunta scriteriata di luci qui e là, locandine, la riverniciatura indecente in rosa salsa rosa delle pareti esagonali aperte attorno all’altare: una figura-recinto sacro che spezza l’ortogonalità di tutto quanto e definita da Zevi «polemica» nel senso buono. Poi mi muovo un po’, supero il presente accettando per forza questa quotidianità della chiesa dedicata alla Madonna apparsa otto volte, tra gennaio e marzo 1933, all’undicenne Mariette Beco in un villaggio belga. Frequentata molto da una comunità di giovani filippini, come adesso, dribblo il suo utilizzo, alzando lo sguardo per catturare la meravigliosa trama bucata dei matronei. La cui luce originaria, dosata dagli spazi vuoti tra i conci distribuiti irregolarmente, è persa.
Mi aggrappo al beton facciavista delle due coraggiose travature bucate esagonalmente, risalgo ancora su con lo sguardo, a caccia di spazi indenni di quella mistica protocristiana ricercata dal duo razionalista milanese. Poi rompo gli indugi e mi avventuro su una scala stretta in beton che sale a fianco del presbiterio e già il corrimano grezzo in ferro pieno color ruggine naturale, con le saldature visibili, mi dona la gioia primaria dell’elementarità sacrale. In alto ecco la struttura, da vicino, dei conci di pietra posti creando aperture varie: mi godo così la scansione originaria della luce filtrata. Niente male il contrasto tra il lavoro decorativo maniacale a mano dei picasass e la sprezzatura dei lastroni in calcestruzzo con sbavature volute. Sfocio in una balconata brutalissima sotto il lucernaio del tiburio che sovrasta e rischiara il presbiterio. Quarantanove riquadri, coperti da vetro temperato, fanno piovere la luce zenitale. Basilare, per questa bellezza assoluta, la loro strombatura.
E così, dietro le quinte di questa chiesa in bilico tra primitivismo mistico e brutalismo neorealista, continuando il mio giretto architetturale, scopro nella parte absidale, delle finestre che inquadrano un campetto di calcio sintetico. La partitella ufficiale domenicale dei bocia è seguita, noto, soltanto da quattro famigliari con pacchetto maxi di patatine. Qui, sotto, ci dovrebbero essere, come ho visto in un fotoreportaggio di Gabriele Basilico nel librone Luigi Figini, Gino Pollini: Opera completa (1996), le stesse gelosie in cotto a croce del fienile notato prima camminando.