Sono i bambini a rivelarci che il re è nudo. Bambini come quelli che, giorni fa, qui in Ticino, un po’ giocando e un po’ ripetendo ciò che avranno sentito dai grandi, cinguettavano che si stavano preparando alla Terza guerra mondiale. Su X, Instagram e TikTok proliferano meme e domande tipo: «È iniziata la WW3?» (World War Three, Terza guerra mondiale, appunto). Una sensazione giustificata?
Papa Francesco, già anni fa, parlava di una «terza guerra mondiale a pezzi»: una costellazione di conflitti regionali che, messi insieme, disegnano la mappa frammentata di una crisi globale. In Iran, con l’intensificarsi di attacchi, ritorsioni e controffensive che coinvolgono non solo attori locali, ma anche potenze militari come Stati Uniti e Israele, questo paradigma appare evidente. Non siamo tecnicamente dentro una guerra mondiale, ma ci muoviamo su un terreno che potrebbe trasformarsi in qualcosa di simile.
La guerra, per ora, si sviluppa su un piano regionale, in Medio Oriente: la geografia del conflitto comprende Iran, Israele, Libano, Siria, Iraq, le monarchie del Golfo (e per un momento anche Cipro). Tuttavia, alla dimensione locale si sovrappone una sistemica: il coinvolgimento diretto o indiretto delle grandi potenze globali. Le tensioni tra Stati Uniti, Russia e Cina attraversano come correnti subacquee i mari in tempesta di questo conflitto. Non c’è (ancora) uno scontro frontale tra colossi che definirebbe una guerra mondiale, ma ci sono tutte le condizioni che potrebbero generarlo: alleanze contrapposte, interessi energetici vitali, infrastrutture critiche esposte, rischio di incidenti o errori di calcolo. E non vorremmo che lo spettro di uno degli eventi maggiori che hanno posto fine alla Seconda guerra mondiale, la bomba atomica, innescasse la Terza.
L’Europa osserva, ma già ne paga le conseguenze: basti pensare al prezzo della benzina. E continuerà a farlo a lungo, tra il probabile flusso di migranti in fuga e gli altrettanto prevedibili attentati terroristici. Se il conflitto mediorientale dovesse allargarsi, l’Europa sarebbe coinvolta non per scelta, ma per architettura: fa parte della NATO, è legata agli Stati Uniti e dipende dalle rotte energetiche che attraversano il Golfo Persico e il Mar Rosso.
E la Svizzera? Pur incastonata nel continente, ma estranea ai suoi sistemi militari, la Confederazione deve riflettere su come mantenere la neutralità in un mondo che non è più neutrale. Credere di trovare rifugio chiudendosi a riccio è illusorio: non possiamo difenderci da soli in un pianeta in fiamme. Anche nel migliore dei casi, la neutralità non ci proteggerebbe da cyberattacchi, disinformazione, guerra ibrida e sabotaggi. Inoltre, dipendiamo dalla stabilità di Ue e NATO, che si aspettano contributi svizzeri alla sicurezza europea. Una «neutralità assoluta» oggi significherebbe scontrarsi con i partner che garantiscono la nostra difesa indiretta. Sarebbe percepita come «il buco del formaggio» delle sanzioni europee, con gravi danni reputazionali ed economici.
In questo scenario, l’idea della «guerra mondiale a pezzi» non è una profezia, ma una diagnosi. I pezzi non sono ancora incastrati tra loro, ma si muovono nella stessa direzione. L’Iran è uno di questi frammenti incandescenti: un conflitto regionale che riflette l’instabilità sistemica del nostro tempo. Un altro è l’Ucraina. Non sappiamo se questi pezzi finiranno per ricomporsi in un’unica, terrificante immagine. Ma sappiamo che il compito storico dell’Europa – e della Svizzera dentro l’Europa, anche da neutrale – è impedire che ciò accada. Con lucidità e, sarebbe auspicabile, con diplomazia.
La pace è fragile non perché è impossibile da realizzare, ma perché richiede coraggio, visione e responsabilità. Merce rarissima, oggi. A proposito: quanto ci manca Papa Francesco?
