Al carnevale di Viareggio, il più rinomato d’Italia, tra i carri del corteo proclamano vincitore quello dedicato al lupo e a Cappuccetto rosso. Qualche giorno dopo media e social riferiscono che un lupo, monitorato con Gps, nel Canton Lucerna ha attraversato a nuoto il lago dei Quattro Cantoni invece di compiere un più lungo tragitto sulla terra ferma. Terza notizia, quasi in contemporanea: a Bellinzona ben 12 mila cittadini firmano per ribadire che, contro il lupo, siamo arrivati al «basta perdere tempo». Poche ore dopo arriva un controcanto: tre agnelli e dieci pecore privi di custodia sono stati azzannati lungo i crinali dei monti che separano il Sopra dal Sottoceneri. Passa una settimana e Berna federale si muove: stanzia un milione in più destinato a nuovi aiuti per controllare la gestione dei lupi e rafforzare l’accordo programmatico concernente gli animali selvatici.
La serie di notizie mi spinge a tornare a parlare del grande predatore, tanto più che sul comodino ho le 300 pagine de Il lupo solitario che Adam Weymouth ha pubblicato da Iperborea. Lo scrittore britannico descrive con «prosa limpida e meticolosa» un suo incredibile viaggio: centinaia di chilometri a piedi seguendo il tragitto compiuto da un lupo nel 2011, monitorato da ricercatori sloveni grazie al collare con Gps messogli pochi mesi dopo la nascita. Dieci anni dopo Weymouth parte dalla Slovenia e solitario, proprio come il suo lupo Slavc, cammina «tra civiltà e natura selvaggia» quasi sempre evitando villaggi e strade. Entra in Austria seguendo il fiume Drava fino a Lienz, poi scende a sud in Alto Adige e si ferma a lungo nel quasi deserto parco naturale regionale della Lessinia, sopra Verona, dove Slavc ha vissuto ed è morto. Scrittore evocativo, capace di creare atmosfere vivide giocando sulla sua profonda conoscenza del lupo a cui abbina l’abilità di saltellare fra storia, favole e dati scientifici, Weymouth procede nel suo pellegrinaggio osservando, annotando e confrontando le realtà socio-economiche di regioni e di genti tenendo sempre presenti, spesso in filigrana, i grandi interrogativi e le paure che accompagnano il ritorno del lupo sulle Alpi.
Un simbolo di speranza?
Chi legge Il lupo solitario scopre la quasi religiosa ed eccezionale fatica di un autore che, muovendosi sulle orme di un lupo, approda alle implicazioni politiche e ambientali che minacciano il collasso esistenziale delle regioni alpine. Lungo il suo periplo Weymouth intreccia infatti una serie di paradossi suggeriti, oltre che dalla volontà di non schierarsi per l’uno o l’altro fronte, dalla consapevolezza che ogni soluzione di uno dei problemi automaticamente causa ripercussioni negli altri settori toccati dal ritorno del grande predatore. Sulla Terra l’uomo convive oggi con oltre 900 milioni di cani, scientificamente conosciuti come «Canis lupus familiaris», che in millenni ha addomesticato nutrendoli e allevandoli, spesso come se fossero dei figli. Eppure continua ad avere paura – anche se sono solo circa 250’000 nel mondo (con popolazioni in crescita in Europa) – dei lupi selvaggi che non accettano di perdere la libertà di seguire i loro istinti primordiali. Per questo il lupo rimane carismatico e trova difensori, come ricorda uno dei tanti intervistati, uno scalatore sloveno: «La gente di città fa massacri di topi, di ratti, di piccioni. I lupi, gli orsi invece, li vuole proteggere. Ma non nelle città. Vuole proteggerli qui».
Con la curiosità del giornalista Adam Weymouth analizza costantemente quanto ha raccolto lungo il suo pellegrinaggio e traccia collegamenti fra la crisi della biodiversità con quelle che invece minacciano socialità, democrazia e cultura occidentali. Rispettando la sua imparzialità ricorda che «è più facile sparare a un lupo che al tardo capitalismo o alle politiche agricole comunitarie», per poi evidenziare un ultimo paradossale interrogativo: «Se ci teniamo a dare un senso al nostro posto su questo pianeta (…) occorre tener presente un elemento stabilizzante: i lupi ci hanno dimostrato in milioni di anni che loro sanno adattarsi ai cambiamenti. E allora, in un mondo in cui molte cose vanno a rotoli arriveremo sino a vederlo come simbolo di speranza?»