L’ambientazione-battaglia dell’ex cinema Arlecchino

by azione azione
11 Marzo 2026

Ogni volta che m’incammino verso viale Ripamonti, appena imbocco il ponte ferroviario, mi viene in mente La ragazza Carla (1962). Tre versi di questo poemetto sperimentale di Pagliarani a proposito di una diciassettenne dattilografa, riaffiorano sempre: «Di là del ponte della ferrovia / una traversa di Viale Ripamonti / c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina». Abitavo anch’io da queste parti, un tempo. E tornandoci, di tanto in tanto, negli ultimi anni, è uno dei pochi posti di Milano per cui provo, seppur fugace, nostalgia. Un po’ forse per questa Carla che mi teneva compagnia rincasando, ma molto anche per via dello squarcio di città che si apriva dimesso. Terreno vago dove smarrire lo sguardo, trovare sollievo per la marginalità. E così, ancora una volta ammiro, benché di mezzo ci sia il villaggio olimpico appena costruito e costruiscono un altro grattacielo, lo spazio vuoto rimasto dello scalo ferroviario dismesso di Porta Romana, verso fine inverno.

Svolto in una traversa di viale Ripamonti: via Lorenzini che diventa poi via Brembo e sfocia in largo Isarco. M’infilo nel bar Luce, soggetto di un reportage l’inverno scorso, e mi scolo una cedrata al bancone. In sintonia con l’orario di apertura del cinema Godard, «17:35» dice uno alla biglietteria, mi fiondo nel cortile della fondazione Prada. Ex distilleria di brandy riconvertita in museo alla moda dove ho rintracciato – mappando le ceramiche di Fontana sparse per Milano, due delle quali già repertoriate nelle mie camminate ambrosiane – un pezzo concepito per l’ex cinema Arlecchino nel 1948. E con presagio di primavera, il penultimo giorno di febbraio, entro nel cinema mimetizzato tutto a specchi dedicato al regista svizzero-parigino della Nouvelle Vague che abitava a Rolle. Subito la sorpresa del Fontana cercato perché invece lo immaginavo dentro la sala, alle spalle degli spettatori. Mentre il suo habitat, per oltre mezzo secolo, è stato sotto lo schermo del cinema Arlecchino di via San Pietro all’Orto. Nella prima carrellata di quasi sei metri lungo questa striscia-ceramica bianco panna, catturo nel bel mezzo della battaglia danzante, tra cavalieri neri imbizzarriti e tori da corrida, un pavone enorme. Ritma tutta la composizione, formata da trentasei formelle di ceramica policroma con vernici fluo, un drappo rosa.

Classificata tra le Ambientazioni nel Catalogo generale (1996) volume secondo a cura di Enrico Crispoldi, come l’angelo visto al cimitero e il neon famoso che vedremo, al contempo il tema è la battaglia. E nonostante sia sviluppata in orizzontale, la forza del groviglio barocco delle settantatré battaglie del periodo 1947-1951 raccolte nel Tomo I del Catalogo ragionato delle sculture ceramiche (2022) a cura di Luca Massimo Barbero, non è da meno. L’effetto concrezioni marine qui è più dissolto, ricorda onde infrante, il formarsi di spuma. Sfornata dalle fornaci della gloriosa manifattura Mazzotti ad Albisola, epicentro ligure della ceramica dal quattrocento ai futuristi, quest’opera di Lucio Fontana (1899-1968) si gode in pieno soltanto in primissimo piano. Ricorda molto, agli angoli, l’increspatura del fregio giù nella cripta di San Fedele. E se la superficie mossa color panna variegata rosa pare, per un attimo, il gelato a effetto esposto in certe gelaterie pacchianotte, più di tutto questa ambientazione-battaglia mi porta tra le pitture rupestri in qualche grotta mediterranea. Non per niente è nata per il boccascena di un cinema al buio: per via di una particolare vernice fluorescente viene ideata anche per risplendere a luci spente.

Finita in copertina di «Domus» 231, dove è descritta come «spettacolo esso stesso», posizionata qui all’entrata, sempre con le luci accese come mi conferma una ragazza, l’effetto fluo purtroppo si perde. Però ci sarebbe voluto, pare, per questa visione più vaga e astratta, l’aiuto mirato della lampada di Wood. Ad ogni modo la Battaglia lunga 585 cm, alta 85, spessa 15, basta e avanza come spettacolo già così di suo, senza effetti speciali. Di colpo lascio perdere il film delle 18: Nel nome del figlio (2025) di Chloé Zhao della quale ricordo un film niente male sui rodeo di un cowboy dakota epilettico. In verità era solo un pretesto per entrare nel cinema e vedere il Fontana. La cui carrellata continuo cogliendo l’oro di luna e sole, rituffandomi ancora tra i cavalieri neri.