Dopo Venezuela e Iran chi sarà il prossimo?

by azione azione
11 Marzo 2026

Seguendo il filo invisibile delle iniziative bellicose promosse dall’aspirante premio Nobel per la pace, ci chiediamo quale sarà, dopo il Venezuela e l’Iran, il prossimo Paese a godere delle attenzioni missilistiche degli Stati Uniti: la Groenlandia? Il Canada? Il Messico? O, perché no, la Svizzera?

Scriviamo queste parole sperando che restino una provocazione paradossale. Ma non ne siamo del tutto certi. La logica che sembra guidare la Casa Bianca appare al tempo stesso ferrea ed elementare: non solo chi rappresenta una minaccia «fisica» per gli Stati Uniti, ma anche chi ha il torto di opporsi alla loro agenda militare o affaristica – ad esempio la Spagna – è suscettibile di ritorsioni inedite.

Potremmo cercare di credere che gli interventi dei Marines servano la nobile causa della libertà dei popoli di Gaza, del Venezuela o dell’Iran. Potremmo raccontarci che il pur bizzoso Donald Trump abbia avuto il merito di porre fine a regimi dittatoriali, antidemocratici e liberticidi, come quelli di Hamas o degli ayatollah, per molti assimilabili al terrorismo; affermazioni in parte corrette. Ma siamo sicuri che la decapitazione di autocrazie allucinanti per mano americana e israeliana rappresenti davvero la fine di una minaccia per l’Occidente – e non invece l’inizio di una lunga stagione di rancorose ritorsioni e di caos globalizzato? Questi rovesciamenti di regime non sono mossi da alte motivazioni ideali, come una maggiore sicurezza del pianeta, bensì da precisi interessi economico-strategici di parte. Per Israele l’eliminazione di un acerrimo nemico e dei suoi proxy, per gli Usa l’indebolimento della Cina e il controllo delle risorse energetiche, gas e petrolio in primis.

Che altri possano beneficiare delle «grandi pulizie» israelo-americane resta un mero effetto collaterale, che poco ha a che vedere con i veri obiettivi delle guerre. Resta inoltre da dimostrare che gazawi, venezuelani e ora iraniani trarranno davvero beneficio dall’«aiuto» calato dal cielo, e che non si ritroveranno presto – e per molti anni – nelle stesse condizioni già vissute da altri popoli «liberati»: iracheni, libici o afghani, precipitati dalla padella nella brace dopo la cacciata dei loro leader.

Ciò su cui non dobbiamo distogliere l’attenzione, infine, è la procedura che ha portato alle operazioni Usa in Venezuela e Iran. Gli attacchi sono partiti in totale assenza di minacce imminenti. I bombardamenti all’Iran sono una guerra preventiva «condotta contro una potenza talmente malridotta che, alla vigilia dell’attacco, aveva di fatto accettato di rinunciare all’atomica» (Lucio Caracciolo), come rivelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore tra Washington e Teheran. Ancora una volta è stata lanciata una guerra in violazione del diritto internazionale (senza alcun avallo ONU) e perfino delle norme statunitensi (il presidente deve sottoporre qualunque iniziativa bellica al via libera del Congresso). Non solo non c’era urgenza di bombardare l’ex impero persiano, ma a Ginevra si stava individuando una via concordata per risolvere la questione pacificamente. Perciò, America e Israele non puntano alla pace. I negoziati internazionali «svizzeri», tanto per l’Iran quanto per l’Ucraina, sembrano una cortina fumogena per farci credere che si stia cercando una soluzione diplomatica, mentre le decisioni reali – e opposte – vengono prese altrove, magari in una stanza dorata di Mar-a-Lago.

Presto vedremo se questo modus operandi, contrario alle leggi e al diritto, salirà ulteriormente di livello arrivando a colpire anche Paesi pacifici che indispettiscono Trump. Come la Groenlandia – ci siamo andati vicino – o, chissà?, la Svizzera, con quella consigliera federale così presuntuosa da sottrarsi al rito della genuflessione automatica ai dazi doganali punitivi, comminati con sovrana indifferenza agli «sleali» sudditi elvetici, rei – secondo Trump – di beneficiare di un surplus commerciale insopportabilmente lesivo della sua maestà.