Come è diversa la stanchezza degli atleti giunti esausti al traguardo durante i recenti giochi olimpici invernali da quella che attraversa l’anima di molti giovani, e non solo giovani. Fisicamente provati, a chi li guardava con gioiosa ammirazione quei ragazzi e quelle ragazze mostravano anche una luce, una domanda del cuore: stanchi, ma in attesa di dare un senso e un valore alla loro prestazione.
Un’altra stanchezza abita invece molte persone, dipinta su volti spenti, dentro sguardi senza alcuna risonanza, solo il silenzio del cuore e dell’anima. Amici e colleghi mi raccontano di questo silenzio del cuore che accompagna il fare quotidiano di tanti ragazzi. Io stessa li osservo portare a spasso così le loro giornate. Ma non sono solo i giovani a perdersi in sguardi trasparenti che non sanno chiedere nulla al sole che li bacia o al paesaggio che li ospita. Siamo stanchi, di una stanchezza esistenziale che non ci lascia respirare con l’anima, come ricordano le celeberrime parole di Fernando Pessoa.
Di questo profondo malessere tipico del nostro tempo si è occupato, tra gli altri, anche il filosofo Byung-chul Han nel suo La società della stanchezza. Il disagio che pervade molte persone sarebbe originato dall’incapacità di sostenere i ritmi di una società dell’iperproduzione che pretende efficienza e prestazioni sempre più performanti, in un clima di diffusa competizione. È una lettura interessante del fenomeno, certamente condivisibile.
Per meglio comprendere questa fatica esistenziale, così diffusa oggi, credo tuttavia che sia possibile risalire a una ragione più radicale. Qualcosa che nasce negli strati più profondi del nostro stare al mondo. E viene da lontano.
«Ero stanca padre. È tanto tempo che sono stanca – disse Luisa. – Stanca? E di che? domandò il signor Gradgrind meravigliato. – Non so… di tutto, credo». Questo dialogo tra una ragazzina e suo padre potrebbe essere avvenuto ieri sera, durante la cena, in una delle nostre famiglie. Invece siamo nel 1854: sono parole di Charles Dickens contenute nel suo Tempi difficili. Il padre è meravigliato perché ha educato i figli nel modo migliore: li ha aperti al mondo della scienza, li ha colmati di fatti, li ha educati al rigore matematico. «Nella vita non c’è bisogno che di Fatti. Piantate Fatti e sradicate tutto il resto… null’altro gli sarà mai di alcuna utilità».
Con le parole di un padre tutto sommato amoroso, Dickens offre qui una descrizione esasperata, finanche un po’ caricaturale, del clima materialistico e utilitaristico che pervade l’epoca del primo industrialismo. La sottile ironia a proposito dei Fatti con la effe maiuscola diventa lucida anticipazione delle derive del presente: di un mondo sempre di più consegnato al potere dei dati e al dominio di tante risposte di cui abbiamo dimenticato le domande. «Sradicate tutto il resto» ingiunge il signor Gradgrind ai maestri dei suoi figli, in primis sradicate l’immaginazione perché è lei che sa accogliere proprio quelle pericolose domande che rischiano di aprire il pensiero e il cuore.
Forse è proprio questo che capita anche a noi oggi. Non farci troppe domande. Non sporgere lo sguardo fuori dal recinto dei fatti. Consegnati alla concretezza del presente, molto bravi a riconoscere l’utilità di ciò che scegliamo di fare, non sentiamo più il bisogno di interrogare i fatti con domande di senso. Perché il senso è tutto lì, nei mezzi utili per camminare nella nostra vita. Anche se percepiamo qualcosa sullo sfondo dei nostri giorni, qualcosa che non si accontenta di tenerci legati alle concrete esperienze quotidiane, abbiamo perso il desiderio di accoglierlo e di ascoltarlo. Il disorientamento del nostro tempo non sta tanto nella mancanza di un senso ulteriore per ciò che siamo e per ciò che facciamo, non nella mancanza di un orizzonte di pura finalità e gratuità, quando piuttosto nella perdita del desiderio di ospitarlo.
Di questo possibile senso ulteriore in grado di illuminare i giorni, la nostra civiltà ha raccontato una lunga storia, dal mito della caverna di Platone al velo di Maya di Schopenhauer, e oltre. Siamo stanchi, non respiriamo più con l’anima. Per questa nostra mancanza, Wislawa Szymborska, nella sua splendida poesia Sotto una piccola stella, desidera scusarsi con la vita. Ne trascelgo due versi che a me pare possano parlare a ciascuno di noi.
«Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge ad ogni istante (…) Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte».