Se dovessi riassumere ciò che ho davvero capito, ad oggi, del caso Epstein, il finanziere pedofilo americano morto in galera (ufficialmente suicida) nel 2019, mi fermerei alla parola «omissis». È un termine che si usa nei testi ufficiali, legali o giornalistici per indicare che una parte del contenuto è stata volutamente rimossa o oscurata. E di «omissis», in questa vicenda, ce ne sono a legioni.
Qualcosa si sa, naturalmente. Si sa che Epstein, classe 1953, oltre a essere un abusatore seriale di ragazzine, era un bugiardo di genio e un carismatico manipolatore, caratteristiche che, in un mondo di squali, lo hanno reso ricchissimo. Si sa che, grazie a un agguerrito team di avvocati e alla codardia, se non alla corruzione, del procuratore pubblico Acosta, nel 2008 è riuscito a patteggiare una condanna irrisoria, nonostante decine di limpide testimonianze sui suoi crimini, che sembrano aver coinvolto un migliaio di vittime. Si sa che, alla fine, ben dieci anni più tardi, è stato incarcerato dopo che la giornalista investigativa Julie Knipe Brown aveva costretto la magistratura a riaprire il caso con la serie di articoli «Perversion of Justice» sul «Miami Herald».
È poi noto, ma qui iniziano i buchi narrativi, che Epstein aveva intessuto una favolosa rete di rapporti con vere e proprie star dell’élite mondiale finanziaria, tecnologica, politica e culturale. Alcuni di questi illustri signori frequentavano i cosiddetti «luoghi del delitto»: la casa vicino a Central Park, la residenza a Palm Beach, il ranch di Santa Fe in Messico, la sua isola privata nel Mar dei Caraibi e il suo Boeing 727, spudoratamente soprannominato Lolita Express.
Il quadro generale è questo, ma le oltre tre milioni di pagine di documenti giudiziari recentemente «desecretati» dall’amministrazione Trump sono piene di cancellature, righe nere e frasi coperte con il bianchetto. Al di là di Epstein e della sua sulfurea compagna Ghislaine Maxwell (che sta scontando una condanna a vent’anni in un morbido regime di minima sicurezza), non è possibile capire chi ha fatto cosa. Appaiono più di cinquecento nomi, e che nomi: Bill Clinton, Donald Trump, Bill Gates, l’ex principe Andrew, Elon Musk e molti altri. Ma a furia di «omissis» – ufficialmente imposti per tutelare la privacy, impedire la visione di immagini e video pedopornografici, non compromettere le indagini – non è quasi mai chiaro chi fosse un semplice conoscente, chi un amico, chi un partner d’affari e chi un pedofilo praticante complice di Epstein. Lo frequentavano tutti, sì, ma a che titolo?
Conosciamo invece bene le vittime, quasi sempre ex adolescenti povere provenienti da contesti degradati. Per loro gli «omissis» nei files sono arrivati tardi: ne abbiamo visto i volti, appreso i nomi, conosciuto le scuole dove venivano avvicinate con la promessa di arricchirsi «massaggiando un vecchio» per 200 dollari a «trattamento» e qualche soldo in più se portavano un’amica.
Sappiamo, infine, che c’è stata una singolare ondata di suicidi tra alcuni protagonisti della vicenda. Come l’agente di modelle francese Jean-Luc Brunel, l’ex socio di Epstein Steven Hoffenberg e Virginia Giuffre, principale accusatrice di Epstein (e dell’ex principe Andrew, l’unico altro vip di cui si conoscono con certezza le colpe, arrestato la scorsa settimana per aver condiviso informazioni riservate col magnate pedofilo). Tra «omissis» e persone bene informate sui fatti ma, ahinoi, prematuramente scomparse, forse solo Ghislaine Maxwell potrebbe dire come sono andate le cose. Ma tace appellandosi al quinto emendamento. Si dice pronta a parlare, ma quanto sarebbe credibile la sua testimonianza, visto che in cambio pretende la grazia dal presidente Trump, uno dei nomi più citati nei documenti? Sempre che non debba lasciare anzitempo il mondo dei vivi pure lei.