Nel baratro che si è aperto sotto i nostri occhi spicca la violenza esercitata sui bambini, la categoria sociale meno attrezzata a difendersi, assieme a quella degli invalidi, dei malati, degli anziani, delle donne. Le immagini ci consegnano deportazioni (da città degli Stati Uniti ma anche dall’Ucraina da parte degli occupanti russi), minori non accompagnati che sbarcano sulle coste italiane o greche, orfani che vagano come cani randagi fra le macerie di Gaza, oppure sequestrati da gruppi armati in qualche regione dimenticata dell’Africa. Lo storico inglese Keith Lowe, nel suo saggio sull’Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale e intitolato significativamente Il Continente selvaggio (ed. Laterza), ha affrontato proprio questo aspetto: il dramma dell’infanzia ridotta allo stato primitivo, costretta a vivere di espedienti, abbandonata a sé stessa. Scrive Lowe sulla situazione post-45: «Se era diventata un Continente di donne, l’Europa divenne anche un continente di bambini. Nel caotico dopoguerra, molti bambini erano stati separati dalle loro famiglie e vivevano insieme in bande, per sentirsi più sicuri. Nel 1946 c’erano ancora circa 180’000 bambini vagabondi a Roma, a Napoli e a Milano: erano costretti a dormire in sottoscala e vicoli, e si mantenevano rubando, chiedendo l’elemosina e con la prostituzione». Anche un altro storico, Bruno Maida, si è occupato recentemente del tema nel volume L’infanzia nelle guerre del Novecento (Einaudi).
Segregati in casa
I bambini catturati dai miliziani anti-immigrazione dell’ICE a Minneapolis in quanto figli di genitori ritenuti irregolari hanno riattivato la memoria su uno dei capitoli più vergognosi della nostra storia: quello riguardante i «versteckte Kinder», i bambini che i Gastarbeiter italiani non potevano portare con sé, ma erano affidati ai nonni, in qualche istituto religioso non lontano dalla frontiera (come a Como o a Domodossola), oppure erano nascosti. Figli segregati in casa, resi invisibili e silenziosi per non far scattare la denuncia da parte dei vicini, privati della possibilità di frequentare una scuola e di mescolarsi con i coetanei. All’origine di tale frutto velenoso c’era una normativa, lo statuto dello stagionale, già introdotto negli anni Trenta del Novecento ma poi eretto a principio regolatore della manodopera estera nel secondo dopoguerra. Uno statuto perfettamente funzionale al sistema produttivo elvetico (dall’agricoltura al settore terziario) e che permetteva, in caso di recessione, di rimandare in patria la forza-lavoro eccedente, come accadde nella prima metà degli anni Settanta con i contraccolpi della crisi petrolifera. A disciplinare il tutto ci pensava la «Fremdenpolizei», la polizia degli stranieri, che svolgeva il suo compito con ampie libertà di azione, come fosse un’autorità indipendente. Fu questa polizia, più della politica, a governare i flussi migratori, in base alle necessità espresse di volta in volta dall’economia.
Di bambini, di lavoro minorile, di adolescenti strappati alle loro famiglie con la forza, tratta anche la mostra attualmente in corso a Museo nazionale di Zurigo fino al 20 aprile, e intitolata «Figli della miseria». Anche qui siamo di fronte ad una vicenda a lungo rimossa, ma che si è rivelata centrale per la crescita economica del Paese fin dagli esordi del sistema produttivo industriale. L’intento è di riportare alla luce l’impiego negli opifici di minori d’ambo i sessi, nonché gli sforzi, spesso ignorati e non privi di battute d’arresto, specie nelle filande ticinesi, per regolarlo e per limitare gli abusi. Pietra miliare fu la Legge federale sulle fabbriche, varata nel 1877, che vietava di assumere manodopera che non avesse raggiunto i quattordici anni di età, assieme ad altri provvedimenti che riguardavano la durata della giornata lavorativa e il lavoro notturno.
Garzoni agricoli o sugli alpeggi
Altra tappa, altro capitolo, ma destino analogo: i minori ceduti alle famiglie che poi li impiegavano come garzoni nelle aziende agricole e sugli alpeggi, senza protezione né controlli, oppure collocati in modo coatto in istituti religiosi, che poi li avrebbero trattenuti in condizione di semi-prigionia per anni. È questo il tema dell’esposizione itinerante «Collocati, internati, dimenticati» attualmente in corso al Museo storico di Losanna, e che nel maggio del 2027 arriverà a Bellinzona, nelle sale di Castelgrande. Anche qui storie di maltrattamenti, di misure coercitive, di sofferenze fisiche e psichiche. Ma sempre «a fin di bene», «a scopi assistenziali», con la tacita approvazione delle autorità politiche e degli ordini religiosi.