Il fregio dimenticato di Fontana

by azione azione
25 Febbraio 2026

Verso metà febbraio di primo pomeriggio salgo i sette gradini di San Fedele dove Manzoni, uscito dalla messa dell’epifania 1873, scivola, cade, batte la testa e tre mesi dopo a ottantotto anni muore. Spinta la porta in noce, ventisette passi per scorgere l’Apparizione del Sacro Cuore a Santa Margherita Alacoque (1956) di Lucio Fontana (1899-1968). Un Gesù gigantesco con il cuore ardente trafitto da spine, raffigurato attraverso ventotto formelle di terracotta smaltata e lustrata, appare alla minuscola mistica francese, il cui nome, non può non farmi venire in mente il modo di cottura dell’uovo. Troppo figurativa, più interessante è la cappella della Guastalla in sé, opera, come tutta la chiesa dei gesuiti, di Pellegrino Pellegrini detto il Tibaldi (1527-1596) nato in Valsolda. Fiori primaverili intarsiati nei paliotti in scagliola, tempestosità del marmo di Ornavasso, ma sono le due colonne in marmo d’Arzo sconnesse dai capitelli, tenute da due angeli, a stupire.

In cima, a fianco di un ostensorio cinquecentesco, due graziosi angioletti in ceramica sempre di Fontana: nato a Rosario, in Argentina, e morto a Comabbio, vive qui a Milano per quindici anni con la moglie Teresita, in via Porpora dodici. Noto per i tagli e i buchi nelle tele che non amo più di tanto, l’abbiamo incontrato un paio di anni fa al monumentale per via del suo straordinario angelo in ceramica smaltata a gran fuoco color lavanda accesa a metà tra Nike di Samotracia e cigno. E qui, in questa chiesa-museo, sempre in ceramica, ci dovrebbe essere un altro suo pezzo pregevole, giù nella cripta dove scendo adesso.

Rapisce, sulla soglia di una stanza subito a sinistra, affondando lo sguardo dentro, lo scorcio di un sacco appeso da cui si percepisce la forma di un crocifisso fuori misura a opera di Kounellis, 2012. Mentre una delicata via crucis in terracotta – quattordici stazioni ovali un tempo nella cappella dell’Istituto religioso Le Carline disegnato da Marco Zanuso – opera ancora di Fontana, è sparpagliata sulle mura beige della cripta. Però oggi, di Fontana, ho occhi solo per quel fregio come un serpente o sciarpa al vento, appeso in alto, all’entrata del corridoio che porta alla collezione Nanda Vigo, composto da nove pezzetti in ceramica invetriata color panna variegata di rosa.

Dimenticato per più di mezzo secolo in qualche armadio della sacrestia, torna alla luce una dozzina d’anni fa. All’inizio nessuno sa niente, poi Padre Saccardo, al telefono dal Brasile su una piroga, svela presto il mistero di questo ritrovamento: era un fregio previsto per la cappella Guastalla. Da porre a coronamento degli angioletti. Soltanto che con una lunghezza di oltre tre metri, il fregio non ci stava. «Il Fontana sbagliato» lo chiamano qui, vittime forse del prestigio e rinomanza del negroni sbagliato del bar Basso. Dove una ballerina della Scala mi ha confidato invece che secondo alcuni critici, lo sbaglio è la posizione degli angioletti: il fregio ci starebbe stato.

Comunque, per ora, rimane esposto qui sotto nella cripta. Ottenuto con il pollice e «foga barocca» secondo Gillo Dorfles, ammiro, alzandomi sulle punte dei piedi il più possibile, il corrugamento marino. C’è anche qualcosa di crostaceo, un po’ per l’increspatura come corazze di chitina ma soprattutto per le due estremità tipo chele. In una tesi all’Università Ca’Foscari di Venezia sulla ceramica nell’opera di Lucio Fontana, spunta una curiosa analogia con la forcola di una gondola veneziana.

Di sicuro c’era un forte legame tra Fontana e la città lagunare dove tra l’altro alla Collezione Peggy Guggenheim, fino al due marzo, è in corso la prima grande mostra monografica solo sulle sue ceramiche. «Ceramiche geologiche» le aveva definite, alla fine degli anni trenta, Raffaele Carrieri, scrittore dimenticato partito da Taranto a piedi per vivere tra i pastori albanesi e posare per Picasso a Parigi, arenandosi poi a Milano come critico d’arte.

«Lo vediamo partire come un minatore e tornare con un quarzo meraviglioso scavato chissàdove. A volte ha le tasche piene di granchi mummificati e di pesci iracondi» scrisse a proposito di Lucio Fontana. Parto nel corridoio nero dove incontro magnifici minireliquiari dei trecentosessantacinque giorni. Sbuco nella collezione della designer Nanda Vigo dove ci sono molti Manzoni. L’altro Manzoni, morto a ventinove anni per infarto o cirrosi epatica.