Cara Silvia,
sono mamma di un ragazzo che ha l’età delle vittime del rogo di Crans Montana. Con altre mamme mi sono resa conto di essere preoccupata perché i nostri figli adolescenti sono spaventati dall’incidente del Costellation. Poco propensi a uscire e troppo rifugiati nel loro mondo di videogiochi e social, questi ragazzi sembrano ora avere una ragione in più per non uscire di casa. Noi genitori abbiamo sentimenti ambivalenti: sappiamo che non è sano non avere frequentazioni vere e reali all’età dei nostri figli, ma siamo anche molto toccati dalla tragedia di Crans Montana. Che fare? Spingere i figli a uscire e divertirsi come dovrebbe essere naturale alla loro età? Assecondarli in queste paure tentando di cogliere l’occasione proprio per renderli attenti ai tanti pericoli che potrebbero correre? Come ridare fiducia e sicurezza ai ragazzi? E a noi? / Bea
Cara Bea,
il dramma di Crans Montana – l’incendio del Constellation – è stato uno shock per tutti.
Non solo perché ha coinvolto tante giovani vite, ma anche perché ha rivelato la fragilità di una generazione che credevamo protetta e sicura. Ora stiamo vivendo la fase post-traumatica. Sebbene il tempo attenuerà le reazioni cognitive ed emotive di questo evento catastrofico, le conseguenze sono pesanti e non possiamo far finta di nulla. Si tratta di affrontare stati depressivi, vissuti di angoscia e di paura che, in età evolutiva, rischiano di oscurare il futuro, di ostacolare la maturità.
Condivido la vostra preoccupazione per i figli, l’incertezza su come aiutarli a elaborare reazioni e tensioni che sfuggono al controllo cosciente. La vostra ambivalenza è comprensibile ma, come dimostra la storia, ogni generazione possiede risorse e capacità per far fronte alla vita. Spesso i sintomi sono evidenti: difficoltà a prendere sonno, sogni inquietanti, scarsa concentrazione. E soprattutto, come lei nota, tendenza a isolarsi nella realtà virtuale dove tutto è possibile e reversibile.
Il desiderio o il bisogno di socializzazione, proprio della giovinezza, viene ricercato nei social, ove contatti superficiali non consentono vere interazioni: con il rischio di essere sempre connessi e sempre soli.
Credo venga spontaneo a voi genitori spronarli a uscire, incontrarsi con gli amici, riprendere sport e hobby. Ma, per superare il trauma, è preliminare dar parola alle emozioni e condividerle. Il silenzio non serve, per cui, anche in famiglia, parlatene, commentate gli eventi, leggete i giornali, ascoltate le trasmissioni per radio o televisive.
Tuttavia non credo che questo compito spetti solo a voi. Riguarda tutta la società che può, con cerimonie pubbliche, evitare ogni tentativo di rimozione. In particolare l’elaborazione del dolore dovrebbe coinvolgere la scuola, luogo d’incontro per eccellenza, ove è possibile raccontare, confrontare gli stati d’animo, sciogliere il nodo di emozioni che blocca la fiducia e la speranza. Ogni motivo d’incontro, come le feste di diploma, i compleanni, gli anniversari, che ora sembrano inopportuni, possono avere una funzione consolatoria. Se volete mettere in guardia i vostri figli contro i reali pericoli, le prediche non servono, meglio disporsi ad ascoltare e rispondere a eventuali domande, non in modo retorico, ma tenendo presente la specificità dell’interlocutore, la sua identità.
Al tempo stesso esprimete con sincerità il vostro stato d’animo, le vostre emozioni. State vicini con amore a chi soffre e vedrete che alla fine la prudenza nascerà dall’esperienza: la vita s’impara vivendo.