Vi siete accorti che le quattro votazioni federali di marzo ruotano tutte attorno al tema dei soldi? I «danée» riguardano infatti (e non poteva essere altrimenti) non solo iniziativa e contro progetto per il mantenimento del denaro contante e la modifica alla legge federale sull’imposizione individuale, così come contano anche (e forse un po’ troppo…) per la creazione di un fondo per il clima ma, per finire, sono quintessenza anche dell’iniziativa per la riduzione del canone radiotelevisivo. Di sicuro nelle prossime settimane, anche su questo giornale, ci sarà chi vi presenterà nei dettagli le proposte su cui il popolo è chiamato a decidere. Io dapprima ho accarezzato a lungo l’idea di presentare un nuovo peana in favore del denaro contante (fate una prova, voi che siete per il tutto digitale, partite con 100 franchi e comperate due volte i medesimi prodotti negli stessi negozi, pagando la prima volta digitale e la seconda in contanti; quale metodo è più trasparente, controllabile e forse più conveniente?). A frenarmi è stata la conclusione letta sull’opuscolo esplicativo distribuito agli elettori: avverte che iniziativa e controprogetto non avranno «nessun effetto pratico», dal momento che non «comporterebbero cambiamenti nella vita quotidiana. Non ne deriverebbero nuovi compiti né costi aggiuntivi».
Una spiegazione quasi surreale che mi ricorda la descrizione che diede Henry Kissinger del compromesso politico: «Il dromedario è il disegno di un cavallo fatto da una commissione di parlamentari», aforisma che mi piace citare per ricordare che la via del compromesso sovente può essere un facile ripiegamento dalla necessità di fronteggiare un problema. Decido allora di tuffarmi nel traffico mediatico scatenato dal secondo assalto orchestrato dall’Udc al canone radiotelevisivo. Vorrei in particolare sottolineare un aspetto negativo già denunciato più volte in passato: dei media elettronici, del ruolo e dell’importanza del servizio pubblico, dunque della Ssr e della Rsi, si continua a parlare quasi esclusivamente in termini finanziari. Di ciò che producono professionisti, giornalisti e tecnici dell’ente radiotelevisivo elvetico, del peso e della varietà della qualità, così come della crescente rilevanza delle funzioni svolte da questo attore parastatale – fonte primaria dell’informazione tv, radio e digitale – i politici non solo evitano di discutere, ma relegano tutto in secondo piano, minimizzano, delegano a un tecnicismo sempre più marcato e… finiscono per disegnare dromedari spacciandoli per cavalli (basti pensare ai danni causati alla radio con il passaggio allo standard universale Dab). È ora di considerare l’ostinazione contro il canone radiotelevisivo un occulto attacco volto a smantellare o perlomeno a ridurre ai minimi termini il servizio pubblico.
Derivo questa convinzione, suffragata anche da quanto sta avvenendo oggi negli Stati Uniti, da una considerazione contenuta in una «Lectio magistralis» del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura: «Sotto l’apparente “democratizzazione” della comunicazione, sotto la “deregulation” imposta dalla globalizzazione informatica, che sembrerebbe essere principio di pluralismo, (…) si cela in realtà un’operazione di omologazione e di controllo. Non per nulla le gestioni delle reti sono sempre più affidate alle mani di magnati o di “mega-corporations” che riescono sottilmente e sapientemente a orientare, a sagomare, a plasmare a proprio uso (e ad uso del loro mercato e dei loro interessi) contenuti e dati creando, quindi, nuovi modelli di comportamento e di pensiero. Si assiste, così, a quella che è stata chiamata un po’ rudemente “una lobotomia sociale” che asporta alcuni valori consolidati per sostituirne altri spesso artificiosi e alternativi». Sono questi gli obiettivi non dichiarati di chi anche da noi continua a sparare contro il canone radiotelevisivo, a frenare gli aiuti alla stampa senza curarsi dei danni diretti e indiretti che causa all’ordine democratico esistente. Una minaccia da combattere non solo respingendo il nuovo assalto ma anche impegnandosi a rafforzare il servizio pubblico, a uscire finalmente da schemi manageriali anchilosati (e facilmente manovrabili), a dare vita e forza a nuovi impegni e a nuove coordinate dettate dall’evoluzione mediatica.