Dei carnevali apprezzo il pestare allegro e ossessivo delle Guggen sui tamburi, il tripudio cromatico dei coriandoli nel mondo in bianco e nero, l’eccitazione e l’incanto dei bambini mascherati, la satira dei carri che irridono i potenti e, al contempo, li venerano come divinità maligne.
Oggi, però, restano scarsi residui dell’antica trasgressione contadina, quando l’immaginario collettivo rovesciava le gerarchie per un giorno, creando un mundus inversus in cui i poveri dominavano sui ricchi, gli animali cavalcavano gli umani, i caproni impartivano benedizioni ai preti e le donne mettevano all’asta i mariti (neanche le femministe più audaci della modernità sarebbero mai arrivate a tanto). Nei cortei e nelle rappresentazioni popolari vincevano i deboli, mentre oggi, anche nei faccioni in cartapesta, vince sempre Trump.
Probabilmente c’era più trasgressione nei dipinti rinascimentali del fu Palazzo Cervia a Bellinzona (demolito nel 1970), incentrati proprio sul tema del mondo alla rovescia, che nei cortei contemporanei del Rabadan. L’unico «mondo al contrario» di cui si è parlato di recente – senza neppure la decenza di aspettare il carnevale – è stato quello denunciato dal fine umanista Vannacci. E non faceva ridere.
Un lato positivo dei nostri carnevali è che, forse (forse!), per qualche momento distolgono lo sguardo della gente in strada dal telefonino. Per una volta, le cose da guardare sono fuori dallo schermo e la testa può tornare eretta, la spina dorsale dritta, stravolgendo la consuetudine del collo delle masse piegato a kiefer verso il basso. Questa sì, sarebbe una significativa trasgressione rispetto allo spirito dei tempi.
Perché, se non lo imponi per legge, rischia di essere quella piega lì a vincere sempre. Un mese fa, l’Australia ha introdotto il divieto dei social ai minori di sedici anni. Potrebbe essere imitata dalla Francia e dalla Spagna e se ne discute anche in Ticino e in Svizzera (secondo un sondaggio Tamedia, quasi l’80% degli svizzeri interpellati sarebbe favorevole a questa opzione).
Il problema è sociale, culturale ma in qualche modo perfino ortopedico perché ridefinisce il paesaggio delle posture imposte ai nostri corpi dagli smartphone. Seduti, in piedi, fermi o in movimento, a tavola, in bagno, camminando e, a volte, perfino guidando, siamo greggi di ovini chini sui monitor dei cellulari. Lo stesso accade nelle sale d’aspetto, sulle panchine, al bar, in coda in banca, in pausa caffè o durante la ricreazione. Salite su un treno la mattina presto e provate a contare quante persone stanno scrollando notizie o messaggi sul telefonino, il collo piegato verso il pavimento. Quando ne vedo uno che estrae dallo zaino un libro e si tuffa con la testa nelle pagine di carta, avrei voglia di abbracciarlo. Se proprio ci si deve isolare dal resto del consesso umano, meglio farlo con le poesie di Rimbaud, un buon vecchio giornale o persino Topolino, no?
Così, neanche fossi un centenario, mi scopro a domandarmi come si viveva prima: prima degli smartphone e dei social media, intendo, venti, trent’anni fa a farla larga. Gli ultimi secondi nell’arco della plurimillenaria Storia dell’umanità.
Nella polverosa era pre-Instagram e pre-TikTok, la vita sociale degli ex ragazzi si svolgeva nel prato sotto il palazzo, nel campetto di calcio dell’oratorio, nelle tombole di quartiere, nelle feste campestri, nelle capanne scout, nelle federazioni di ginnastica. Ci si incontrava casualmente per strada e, se c’era una ragazza che ti piaceva, abbozzavi un sorriso, un cenno, un qualsivoglia segno di vita. Oggi ti passa accanto e neanche la vedi: hai le pupille incollate sull’iPhone. Proprio un mondo alla rovescia.