Un anno di scelte di Washington ha aperto fratture, generato vuoti di potere e generato nuovi protagonismi regionali
Negli ultimi giorni del 2025 il Governo israeliano ha annunciato il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente e l’«immediato» scambio di ambasciatori nelle rispettive capitali. Il Somaliland è un vasto territorio che si estende lungo la costa del Golfo di Aden. Grande un po’ più di mezza Italia, conta circa sei milioni di abitanti e si è proclamato indipendente dalla Somalia ormai 35 anni fa, nel 1991. Da allora, nessuno – meno di tutti l’Onu – lo aveva mai riconosciuto come uno Stato sovrano. Israele è il primo a farlo. Per questo la notizia ha avuto una certa risonanza, anche se a prima vista era difficile discernere quale motivazione potesse spingere il Governo Netanyahu a un simile passo.
Subito dopo l’annuncio, tuttavia, si sono manifestate una serie di reazioni diplomatiche fortemente negative. La più veemente è stata quella della Somalia, che ha detto di considerare la decisione israeliana un attacco deliberato alla propria sovranità . Ma anche Paesi come la Cina e la Turchia l’hanno condannata. Altri ancora – Arabia Saudita, Qatar, Egitto, e numerosi Stati africani – si schierano a favore dell’integrità territoriale somala. A differenza degli Emirati Arabi, che da tempo appoggiano le ambizioni del Somaliland.
Somaliland: 800 chilometri su una rotta strategica
Perché mai Israele si è risolto a spezzare un equilibrio fragile e – proprio perché fragile – rimasto immobile da ben 35 anni? La totalità degli analisti concorda nell’attribuire la decisione a considerazioni geopolitiche. È la geografia a fare del Somaliland, con i suoi circa 800 kilometri di affaccio su una rotta di capitale importanza strategica, un partner molto interessante. Un amico alle porte del Mar Rosso, in un contesto nevralgico altrimenti controllato da dirimpettai arabi e africani. È significativo che il Somaliland abbia già annunciato la sua volontà di aderire ai cosiddetti Accordi di Abramo, caposaldo della strategia regionale del Governo Netanyahu.
Più facile la domanda che viene subito dopo: perché Israele ha deciso di fare la sua mossa proprio adesso? La risposta sta nello sconvolgimento che dodici mesi della seconda presidenza Trump hanno portato nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Africa. Lo smantellamento della politica degli aiuti allo sviluppo e dell’agenzia che ne era incaricata, USAID; la rimozione di 15 ambasciatori in altrettante capitali del Continente, la maggior parte dei quali non è stata sostituita; la drastica riduzione dell’accesso ai visti di ingresso negli Usa per i cittadini di un gran numero di Paesi africani; i bombardamenti contro presunti obiettivi del fondamentalismo islamico in Nigeria e in Somalia; la pressante diplomazia volta alla firma di accordi di pace tra Repubblica del Congo e Ruanda, sui cui esiti concreti molti osservatori restano guardinghi; il varo di protocolli bilaterali «America first» sia in materia di sanità che di accesso a preziosi minerali e altre materie prime; lo scontro politico con il Governo del Sudafrica, accusato addirittura di tollerare il presunto genocidio della minoranza bianca del Paese.
Tutto insieme, un vero e proprio cataclisma, che ha lacerato vecchie intese, ne ha creato di nuove, ha seminato insicurezza e ha certamente rilanciato il protagonismo americano, lasciando però dei vuoti che sono altrettante opportunità e spazi d’intervento per altri protagonisti. La geopolitica è tornata a dettare le sue leggi, senza mediazioni e senza tante belle parole. Quanto più interessante la collocazione geografica, quanto più ricche le risorse del sottosuolo, tanto maggiore l’interesse di Washington per un determinato Paese. Né più né meno, con tanti saluti ai bisogni delle popolazioni, alla ricerca di criteri di equità nei rapporti bilaterali e agli imperativi dei diritti umani.
Che l’America di Trump guardasse con favore al riconoscimento del Somaliland era già scritto nero su bianco nei documenti programmatici della nuova Amministrazione, pur nello spazio assai ristretto dedicato all’Africa. Israele sapeva dunque, muovendosi per primo, di fare cosa gradita e magari di assumersi un ruolo di battistrada. Un mese dopo, il presidente del Somaliland ha ricevuto per un lungo colloquio a porte chiuse Eric Trump, terzogenito del presidente americano e suo socio in affari.
Il vero banco di provaÂ
Il vero banco di prova del nuovo ruolo dell’America nelle vicende africane sarà però un altro, e cioè la guerra del Sudan, che il prossimo 15 aprile compirà tre anni senza che nessuno sia ancora riuscito a fermarla. Quanto accade in Sudan dal 2023 è una delle più spaventose tragedie in atto sul nostro pianeta. Due forze armate, prima alleate, si combattono senza esclusione di colpi per il primato, in uno scontro di inaudita ferocia di cui la popolazione civile è il campo di battaglia. I morti si contano in centinaia di migliaia, i profughi in milioni, i crimini di guerra sono indicibili, distruzioni e sofferenze incalcolabili. L’intero Paese muore di bombe e di fame ed è già , di fatto, spartito in due.
Finora nessuno dei numerosi tentativi diplomatici – a cominciare da quello dell’Arabia Saudita – ha potuto ottenere un solo giorno di tregua. L’entità della catastrofe è tale che nessuno sforzo di pace è credibile senza l’impegno diretto degli Usa. All’Amministrazione Trump il merito di aver deciso di provarci. La cornice diplomatica proposta, il cosiddetto «Quad», è in perfetta sintonia con il realismo geopolitico dei tempi. Assenti i due belligeranti – l’esercito governativo sudanese e la supermilizia privata chiamata Rapid support force – ne fanno parte i loro sostenitori e referenti. l’Egitto per il Governo di Khartoum e gli Emirati Arabi, nuovo coprotagonista della geopolitica africana, per la Rsf. Ci sono poi l’Arabia Saudita in qualità di «veterana» degli sforzi diplomatici e ovviamente gli Stati Uniti. Nell’ultimo scorcio del 2025 il Quad ha proposto una road map, un percorso, condiviso da tutti, che ha come punti d’arrivo una tregua e un Governo civile. Ma l’itinerario resta sovraccarico di insidie.
E gli assenti? Sono importanti, ognuno per motivi diversi. La Russia sembra mancare di una visione d’insieme per l’Africa, ma continua a fornire aiuti militari ove richiesta, in cambio di vantaggi economici. La Cina, come nel resto del caos mondiale, osserva in silenzio, lasciando che tutti coloro che sono alla ricerca di stabilità vengano a bussare alla sua porta. Quanto all’Ue, è assente e basta.
