Quando ci vuole ci vuole, un capolavoro. Se poi c’è la possibilità di un Caravaggio, ci vado a nozze. Anzi, dopotutto, con il morale un po’ a terra da giorni, un lunedì grigio e pungente verso la fine di gennaio, un Caravaggio è necessario. Due Caravaggio a Milano: da ottantasei anni a Brera, a pochi passi dal Barocci lunare e vago guardato a fondo nello scorso novembre, si trova la Cena in Emmaus (1606). E la straordinaria natura morta giovanile è all’Ambrosiana da quattro secoli: pinacoteca contenente nel nome il santo patrono della città dove entro alle due di pomeriggio spingendo, tipo chiesa, due porte a vetri in legno desuete e dignitose.
In cima agli scaloni in pietra di questa pinacoteca fondata nel 1618 dal cardinale manzoniano dei cruciverba (otto lettere) a complemento della biblioteca omonima nello stesso palazzo, la prima sorpresa. Una palma di rame – un tempo fontana posta nel peristilio come simbolo di sapienza e rigenerazione e poi posteggiata giù nella cripta – da sette anni sorprende il visitatore all’inizio della sua passeggiata nel più antico museo di Milano. È la palma di Federico Borromeo (1564-1631): fondatore del luogo, bibliofilo, collezionista d’arte che potrebbe essere entrato in possesso a Roma, sul finire del cinquecento, di quel quadro laggiù. Incipit-bomba, illuminato da un faretto puntato nell’ombra della prima sala e una parete solo per lei: la Canestra di frutta (1597 ca). Agguantabile con l’occhio dunque già sulla soglia. Trentanove passi sul parquet senza tanti indugi né troppe tentazioni di alcuni Luini delicati e l’Adorazione dei Magi di Tiziano, mi portano davanti alla canestra di vimini famosa per la bacatura della mela, le foglie avvizzite, lo sporgersi sul bordo che qui con questa cornice pomposa si perde un po’. Indispensabili gli ultimi quattro cinque passi, per assaporare in pieno la grazia feroce delle foglie di pesco bucherellate, la bacatura della mela mai vista una così bella, in parte rossa fiammata e una parte giallognola dove potete osservare una seconda bacatura, più lieve.
Dovete osare mettervi davanti a questo quadro di trentun centimetri per quarantasette dipinto da Michelangelo Merisi noto come il Caravaggio (1571-1610) tanto amato. Nessuna timidezza per cogliere la meraviglia della macchiettatura della pera, gli acini d’uva di una naturalezza disarmante e quella foglia appassita di pampino, con quel ramo a sbalzo, come nell’ikebana. Anche lo spazio ampio vuoto dello sfondo color interno di meringa che mostra la screpolatura del colore a olio, mi sembra molto giapponese. Ascetica e audace la scelta del soggetto: è la cestina comune di frutta dell’affittacamere, che contrasto con lo sfarzo dei fiori di Brueghel qui nella stessa collezione.
Lascio il posto a una con un cappotto color verde Lotto che attua pure lei la tattica a stretto contatto con il quadro-faro (dagli anni cinquanta via) di tutta l’Ambrosiana. Nella sala a fianco becco la rana fuori misura del Bramantino. La recente illuminazione decennale a led, calibrata per far emergere al meglio i colori, funziona forse su tutti i quadri tranne il Caravaggio. Il fuoriclasse dalla vita burrascosa da cui torno presto, dovrebbe splendere della sua luce e ombra di cui è maestro assoluto. Già qui in questa vita silenziosa, a fatica per via della luce invasiva, si ammira l’adombrarsi della canestra. Posta in bilico, come quella molto simile nella Cena in Emmaus di Londra. «Un vero e proprio trompe-l’oeil» osserva Roberto Longhi nel suo Caravaggio (1952) di cui rimane forse il massimo esperto e a cui si deve, proprio qui a Milano a palazzo Reale con la mostra del 1951 assieme ai caravaggeschi, la sua riscoperta. «Simulando di appoggiare il cestino, ad altezza d’occhio, sulla cornice di un mobile, e dipingendo il fondo in un secondo tempo così da accompagnare ad inganno il muro retrostante» scrive Longhi. Il quale altrove, per la canestra del Bacco degli Uffizi, trova la superba definizione di «un umile dramma biologico».
Caducità della vita, tempo che fugge, l’eternità di quei due fichi, l’enigma di una mela cotogna o meno, per pagine ancora si potrebbe continuare a studiare questo Caravaggio che non è uno di quelli che lascia a bocca aperta come quelli a Roma e Napoli dove sono andato quasi apposta negli ultimi anni, però sputaci sopra. Il capolavoro perfetto per i giorni tristi.