La partenza in salita di Guy Parmelin

by azione azione
12 Gennaio 2026

Il secondo anno presidenziale del ministro vodese è iniziato a Crans-Montana ma altre sfide lo attendono, eccole

Primo gennaio 2026, Guy Parmelin assume la carica di presidente della Confederazione. Alle sette di quella mattina viene informato di quanto capitato nella notte a Crans-Montana, nel rogo del locale «Le Costellation». Bastano queste due frasi per capire che l’anno presidenziale del consigliere federale vodese è e sarà fortemente segnato dalla tragedia di Capodanno. È toccato a lui recarsi già nel pomeriggio di quel giorno nella località vallesana, per un primo incontro con la popolazione e con le autorità. Ed è toccato a lui trovare le parole per porgere davanti ai microfoni di mezzo mondo le condoglianze del Governo alle famiglie colpite da quel dramma, uno dei più gravi nella storia del nostro Paese. Venerdì scorso poi Parmelin era a Martigny per la giornata di lutto nazionale, in memoria delle vittime e a sostegno di chi è stato colpito da questo rogo.

L’incontro con Donald Trump

Per il neo-presidente una cosa è chiara, da ora in poi «ci sarà un prima e un dopo Crans-Montana». E la gestione di quel «dopo» passerà anche dalla sua scrivania, visto che tra i tanti fronti aperti da quello che è capitato, ci sono anche aspetti che coinvolgono Governo e Parlamento federali, come ad esempio la proposta di creare rapidamente un fondo nazionale per le persone colpite da questa tragedia, come era già stato il caso per sostenere le vittime svizzere dell’attentato terroristico a Luxor del 1997.

Il secondo anno presidenziale di Guy Parlmelin, il primo era stato nel 2021, è dunque iniziato nel segno del lutto e del cordoglio, un contesto ben diverso da quello che lo scorso 10 dicembre aveva caratterizzato la sua elezione a presidente, in aula al ministro vodese sono andati ben 203 voti sui 228 parlamentari presenti quel giorno. Nel nostro Paese l’elezione del presidente è una questione scontata, visto che si tratta di una carica annuale, con una turnistica prestabilita. L’anno prossimo toccherà a Ignazio Cassis. Nel giorno della nomina l’attenzione è rivolta soprattutto al risultato del voto, e qui va detto che dal Duemila in poi i presidenti eletti hanno ottenuto in media 172 preferenze. Parmelin è dunque riuscito ad andare ben oltre questa soglia, stabilendo un primato, perlomeno per quanto riguarda i primi 25 anni di questo secolo. In passato c’erano stati risultati ancora più brillanti, uno su tutti nel 1970 quando Hans-Peter Tschudi, il grande riformatore dell’AVS, aveva ottenuto ben 213 voti a suo favore. Tornando a Parmelin, va detto che il consigliere federale dell’UDC ha vissuto un anno in prima linea nel corso del 2025, coinvolto dapprima insieme a Karin Keller-Sutter e poi in solitaria, nelle trattative per ridurre i dazi imposti al nostro Paese da Donald Trump. In novembre, proprio nel giorno della sua elezione a presidente, Parmelin è riuscito a strappare dei dazi del 15%, ben inferiori rispetto a quelli che il presidente Usa aveva stabilito lo scorso primo agosto, fissati al 39%.

È un politico che cerca la collaborazione

Il ministro vodese, alla guida del Dipartimento federale dell’economia, della ricerca e della formazione, ha siglato una dichiarazione di intenti che andrà ora concretizzata in un vero e proprio accordo doganale. Un risultato ottenuto anche grazie all’intervento di un gruppo di manager elvetici d’alto rango, andati con tanto di regali luccicanti a trattare direttamente con Donald Trump. Senza dimenticare il lavoro, spesso nell’ombra, di Helene Buldiger Artiede, l’instancabile negoziatrice che dirige la Seco, la Segreteria di Stato dell’economia. È quello che Parmelin ha chiamato il «Team Switzerland» e a cui si deve la riduzione dei dazi annunciata in novembre.

E qui sta una delle qualità che viene da più parti riconosciuta al neo-presidente della Confederazione, quella di essere in grado di scegliere abili collaboratori, ma anche di saper ascoltare le richieste in arrivo dalla società civile. Un politico che cerca la collaborazione e non il confronto, un uomo del compromesso, a volte anche schierandosi contro le linee molto profilate del suo partito, l’UDC. E proprio con i vertici democentristi si profila un braccio di ferro chiamato a segnare i primi sei mesi di questo nuovo anno, visto che con ogni probabilità il prossimo 14 giugno si voterà sull’iniziativa chiamata «No a una Svizzera da 10 milioni», uno dei cavalli di battaglia dell’UDC in questa seconda metà della legislatura, che si concluderà con le elezioni federali dell’autunno 2027. Un’iniziativa che, in un’intervista alla «Sonntaszeitung» dello scorso 28 dicembre, Parmelin ha definito «troppo rigida». Il ministro dell’economia si è detto pronto a lottare contro questa iniziativa, «per sottolineare i rischi» che comporterebbe una sua approvazione.

I bisogni dell’economia

«La Svizzera ha sempre gestito la sua immigrazione tenendo contro dei bisogni dell’economia, e di questo ha saputo trarre profitto», ha aggiunto Parmelin. Propositi che non sono di certo piaciuti ai vertici del suo partito, che avrebbero preferito una posizione meno profilata del loro ministro, pronto a schierarsi con forza in difesa della volontà del Governo, contrario all’iniziativa.

Di formazione agricoltore e viticoltore, Parmelin è entrato in Governo all’inizio del 2016, accompagnato da una certa dose di scetticismo perché considerato un politico dalla scarsa capacità comunicativa, a cui mancavano carisma e personalità. Critiche erano emerse pure per le sue scarse conoscenze dell’inglese, lingua che nel frattempo riesce a padroneggiare, le trattative sui dazi, condotte in inglese, ne sono una prova. Parmelin ha saputo rimanere sé stesso, facendo leva anche sulla sua lunga esperienza politica, che dal 1993 in poi lo ha portato ad assumere cariche in tutti i livelli istituzionali del nostro Paese: comunale, cantonale e federale.

In questo inizio di 2026 il primo banco di prova saranno per lui dapprima l’incontro con Donald Trump, tra una settimana al WEF di Davos, e in seguito la sottoscrizione definitiva dell’accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Trump vuole la firma elvetica entro il 31 marzo, altrimenti c’è il rischio di altre «martellate» doganali. Parmelin sa che non può permettersi passi falsi, in gioco c’è l’economia elvetica ma anche il ruolo della Svizzera a livello internazionale, un Paese neutrale chiamato a difendere i principi della democrazia e del diritto internazionale in questo mondo sempre più dominato dalla legge del più forte. In conclusione un aneddoto: il ministro vodese dice di essere un appassionato lettore di Asterix. A lui, primus inter pares in Consiglio federale, il compito di trovare la pozione magica capace di tener dritta la barra governativa nel mare agitato di questi nostri tempi.