Atmosfere francescane per il nuovo anno

by azione azione
5 Gennaio 2026

Tra le ricorrenze destinate a segnare l’anno appena iniziato ce n’è una di particolare rilievo culturale e spirituale il cui significato, per i nostri tempi non proprio luminosi, è già stato anticipato nel corso degli ultimi mesi da alcune valide pubblicazioni. Stiamo parlando di San Francesco, il poverello di Assisi, uno dei santi più venerati dalla cristianità di cui si commemorano gli 800 anni dalla morte, avvenuta il 3 ottobre 1226.

Come accade sempre più in quest’epoca di iperinformazione, attorno alla figura di Francesco, al suo significato storico e religioso, avremo modo di leggere molto, forse anche troppo.

A prescindere da tutte le commemorazioni più o meno celebrative che verosimilmente seguiranno nei prossimi mesi, ho pensato più discretamente di lasciarmi accompagnare dentro la vita di Francesco, anche dentro le sue ombre e i silenzi pieni di verità, dalle parole di uno splendido affresco poetico. Provo dunque a incamminarmi con sguardo accogliente tra parole leggere che ci raggiungono come un invito ad abitare poeticamente il mondo del santo e a metterci in contatto con le pieghe più delicate, con i risvolti più segreti e a volte inauditi del nostro vivere.

«Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì». Con questa frase biblica, contenuta nel libro di Tobia, inizia l’intenso racconto di Christian Bobin, Francesco e l’infinitamente piccolo, un romanzo breve, appassionato e ispirato, pubblicato per la prima volta nel 1992 e molte volte ristampato in diverse lingue. Al termine di questo racconto poetico si capirà perché quel cane scodinzolante e gioioso è proprio San Francesco.

Grazie alle delicate parole di Bobin, nella vita di Francesco si riverbera la vita di ognuno di noi. La pienezza della vita, nelle sue fragilità, nei suoi passaggi tormentati, ma anche nelle molteplici manifestazioni di amore e in quelle sempre possibili di una gioia silenziosa che sappia prenderci per mano, se lo vogliamo, nonostante tutto. È la vita che racconta sé stessa, sempre in attesa tra luci e ombre e sempre in cammino tra terra e cielo. San Francesco prende per mano il nostro stare al mondo dentro l’infinitamente piccolo dei nostri giorni e dei nostri gesti: quell’infinitamente piccolo che può rivelarsi segno prezioso di un altrove, invisibile ma sempre possibile.

Fotogrammi, soste, passaggi. Nascere, amare, sentirsi in gioiosa intimità con tutto il creato.

Così la sua infanzia, di cui si sa poco, diventa scaturigine di pensieri bellissimi sul nascere, sull’essere madri, sull’amore materno, e non solo.

La donna, custode dell’attenzione alla vita, custode della cura come gesto d’amore universale, è un motivo ricorrente nella poetica di Christian Bobin.

Il «ti amo» sulle labbra di una mamma è parola che precede ogni frammento di realtà.

«Ti amavo. Ti amo. Ti amerò. Non basta la carne per nascere. Occorre anche questa parola».

E aggiunge: «Essa viene da lontano, viene dall’azzurro lontano dei cieli (…) non serve credere in Dio per essere vivificati dal suo soffio. Questa parola impregna ogni pagina della Bibbia ma impregna pure le foglie degli alberi, il pelo degli animali e ogni granello di polvere che vola nell’aria.»

Francesco sembra proprio nascere da questo «ti amo» che attraversa ogni cosa e vivifica tutte le eternità.

Mamma Pica è bella, il padre, Pietro di Bernardone, l’ha conosciuta in Provenza durante i suoi commerci di stoffe pregiate. Lei è un simbolo: è la sorgente di un pensiero rivolto a tutte le madri per quella loro bellezza che è la vita stessa nel suo «più terreno luccichio d’aurora».

È la bellezza aurorale che colora la vita perché viene dall’amore.

In questa amorevole rappresentazione del suo venire al mondo, il piccolo Francesco richiama quel divenire cosmico in cui il materno è pura accoglienza, sorgente di amore e insieme principio di fioritura di ogni cosa.

Un messaggio intenso che allude ad una pienezza forse perduta ma sempre in attesa di essere ritrovata. Forse la santità è anche, semplicemente in questo.

Le madri reggono l’eterno, scrive Bobin, «la futura santità del piccolo Francesco d’Assisi, ancora imbrattato di latte e di lacrime dovrà la sua grandezza a questa imitazione del tesoro materno, estendendo alle bestie, agli alberi, a tutti gli esseri viventi quanto le madri hanno da sempre inventato per il bene di un neonato».

L’amore materno è scaturigine anche della nostra comune appartenenza alla natura: «Laudato sì mì Signore per sora nostra madre terra…»

Bello rileggere alcuni frammenti della vita di San Francesco in questo orizzonte di senso: in un’atmosfera aurorale in cui il buio incontra la luce e ci lascia sospesi tra terra e cielo.