La cappella Portinari

by azione azione
29 Dicembre 2025

Già solo per il cotto sulla facciata neoromanica di questa antichissima basilica nota per l’ex sepolcro dei Re Magi e una Madonna con le corna, accarezzato dall’ultimo sole verso la metà dicembre, varrebbe quasi la pena farci un salto. A quest’ora, quando Sant’Eustorgio è baciata dalla luce di una giusta malinconia che proietta ombre cinesi arboree. Per lo spettacolo vero però, andiamo diretti nella cappella Portinari. Desiderata da Pigello Portinari (1421-1468), direttore fiorentino del Banco Mediceo a Milano, è dedicata a San Pietro Martire: ucciso a colpi di falcastro in testa in un bosco a Barlassina. Le cui gesta, in quattro scene, sono raccontate dagli affreschi di Vincenzo Foppa (1427-1515). «Spavaldo, compiuto, magistrale discorso pittorico quello del Foppa nella chiesa di Sant’Eustorgio di Milano: certamente il più commosso e prestigioso di tutto il Rinascimento lombardo»: non per niente Sergio Samek Ludovici – Vincenzo Foppa alla Cappella Portinari (1965) – si sbilancia così. Eppure il primo sguardo, quando entro in questo tiburio esadecagonale dal sapore brunelleschiano, è sempre rapito su in alto. Dalla cupola ombrelliforme color arcobaleno a scandole-trompe-l’oeil.

La luce piove scenografica da otto loculi, lucernario in cima, due bifore sotto, fra gli affreschi dipinti tra 1462-1468. Gli occhi poi, dalla cupola-arcobaleno che risolleva lo spirito, si posano, poco sotto, sullo stordente girotondo angelico. Angeli in altorilievo di terracotta dipinta, danzano intorno, uniti da campane che mi sembrano dei piccioli giganti di querce. Scendendo, incontro un’insolita Annunciazione dipinta nell’arcone introduttivo all’altare. L’angelo pacato con mano alzata è da una parte, Maria, delicatissima, con mano sul cuore, dall’altra. Intervallo spaziale che è arcobaleno interiore. Altre ali d’angelo in tinta con la cupola, profeti nei pennacchi che andrebbero analizzati meglio, fregi-frutta, balaustrate ingannaocchio, dettagli degli affreschi che calamitano l’occhio e soprattutto, in mezzo, troneggia la strepitosa arca marmorea trecentesca. Marmo di Carrara, cesellato maniacalmente – con sculture, scenette, simboli – da Giovanni di Balduccio da Pisa (1290-1365) per contenere i resti del santo.

Mi devo sedere, per affrontare tutto quanto, su una delle sei sedie nere di plastica in contrasto con tanta bellezza. Non male il pavimento lynchiano non dell’epoca, sotto il quale riposa Pigello Portinari, la cui lapide è nascosta dalla collocazione ottocentesca e attuale dell’arca. Messo all’angolo da troppo stupore, mi rituffo nel ciclo foppesco che Roberto Longhi definì nei suoi Quesiti caravaggeschi (1929), per via del paesaggio di sfondo al martirio, «come una passeggiata in Lombardia». Sembra di essere in quel bosco, con prospettive fiamminghe-toscane di colline azzurrine. Mi rialzo per studiare il santo a terra: con manto malva dai riflessi argentei, scrive, con l’indice, usando il sangue che cola dalla testa spaccata, sul suolo, la parola credo. Di fronte è raffigurato il miracolo della nube. Fuori Sant’Eustorgio d’estate, da un pulpito con ai piedi la folla dalle tinte malva-turchine, in attesa, San Pietro da Verona invoca una nube che arriva cupa.

Passeggio alla storia accanto, inscenata tra bordo bifora e sottarco, dove si vede una delle curiosità maggiori: la Madonna con le corna. I Catari, con l’aiuto di un negromante, evocano una falsa Madonna diabolica che appare sopra l’altare. San Pietro la esorcizza con un’ostia, tra volti stupefatti, un albero sotto l’arco, colonne, capitelli, volte. Qui Foppa mostra tutta la sua speciale gamma di grigi elogiata da Mauro Natale di cui seguivo le lezioni a Ginevra, secoli fa. Il pavimento è a scacchi bianchi e neri, ecco da dove è tratto questo dove mi aggiro, costretto ad accantonare il raccontino della quarta scena per almeno accennare al volto mozzafiato in marmo, bifronte, della Prudenza. Virtù-statua tra le otto dell’arca dove ci sono le reliquie di San Pietro Martire. Si racconta che non ci stava tutto, allora gli staccano la testa. L’arcivescovo la conserva in casa ma viene afflitto da emicrania, riporta la testa e gli passa. Conservata in un’urna d’argento, dietro quella porta, ha fatto nascere l’usanza di «pestà el côo in Sant’Ustorg» come rimedio al mal di testa. Non c’è santo, a me niente mi toglie dalla testa che lassù sono squame di un drago-arcobaleno.