Il mondo conosciuto è l’azienda familiare. Tutti noi abbiamo a che fare quotidianamente con aziende familiari: dalla macelleria alla farmacia, dal ristorante, in cui prendiamo l’aperitivo, all’albergo, in cui trascorriamo un fine settimana sulla neve. Poi ci sono le piccole e medie aziende industriali, controllate, da decenni, da famiglie, di qui o d’altrove, e quelle che vendono servizi non alle persone ma alle aziende. E via di questo passo.
L’economia del nostro Cantone non è fatta solo da aziende familiari, è vero. Ma è altrettanto vero che queste aziende costituiscono la sua spina dorsale e buona parte del suo scheletro. Nonostante che esse giochino un ruolo importante sia nella produzione di valore aggiunto, sia nella creazione di posti di lavoro, si può dire che in larga parte il loro sia un mondo sconosciuto. Lo è certamente anche in termini di statistiche. I censimenti e le inchieste sulle aziende che vengono fatti dagli uffici di statistica pubblici non si occupano, in generale, della cosiddetta «governance» cioè del modo in cui, e da chi, l’azienda viene gestita.
Ma cominciamo la nostra esplorazione partendo dalle cifre pesanti che Carmine Garzia, professore alla Supsi, e Mattia Bedolla, suo collaboratore scientifico, hanno rivelato nel loro interessante rapporto sulle aziende familiari del Canton Ticino appena pubblicato da Fontana e Dadò. Le imprese familiari ticinesi sono decine di migliaia (pare che ce ne sia una ogni due famiglie e mezzo, alla faccia di chi sostiene che i ticinesi non sono imprenditori). Un campione relativamente piccolo delle stesse, si tratta di circa 8500 aziende, studiato da Garzia e Bedolla, fornisce lavoro a 83’000 persone e ha avuto, nel 2023, un fatturato aggregato di circa 19 miliardi di franchi (ossia più di 200 mila franchi per posto di lavoro) e investimenti per 13,5 miliardi. Come dire che, senza l’attività delle aziende familiari, non si muoverebbe nessun ingranaggio dell’economia ticinese.
Quante siano veramente le aziende famigliari ticinesi è invece impossibile da determinare. Nella selezione del campione da esaminare i due autori citati sono partiti addirittura da un universo di 67’595 aziende che, a ragione veduta, deve comprendere anche numerose aziende «bucalettere», ossia senza alcuna attività. Delle aziende del campione, divise in due gruppi, le società anonime e le società a garanzia limitata, Garzia e Bedolla hanno poi esaminato, nel primo dei tre capitoli del loro rapporto, l’età, il numero approssimativo di generazioni della stessa famiglia che si sono succedute alla loro testa, la dimensione, il tipo di attività e il tipo di azionista (persona fisica o persona giuridica). La «governance» delle aziende famigliari ticinesi, ossia gli aspetti gestionali delle stesse vengono poi esposti nel secondo capitolo del rapporto, partendo dai risultati emersi da un’inchiesta su un gruppo di purtroppo solo 90 aziende. Sono numerosi e diversi gli aspetti quantificabili della «governance» ritenuti nell’analisi. Si apprende così che quasi la metà delle aziende dell’inchiesta (in prevalenza più anziane della media dell’universo di riferimento) esportano parte della loro produzione fuori dalla Svizzera.
Se dall’insieme delle aziende dell’inchiesta togliamo quelle dei rami costruzioni e commercio al dettaglio che di regola non esportano, troviamo che la quota delle aziende esportatrici sale al 60%, vale a dire a una percentuale che non deve essere lontana dalla quota effettiva di aziende esportatrici dell’economia ticinese. I loro mercati di esportazione sono vicini ai confini nazionali. Nel terzo e ultimo capitolo del rapporto gli autori hanno poi raccolto i risultati di un’analisi comparativa. Suddividendo il campione di aziende in tre gruppi, a seconda del numero di generazioni famigliari che sono state coinvolte nella gestione, hanno potuto costatare che con il crescere dell’età e della dimensione dell’azienda si allenta la relazione con la famiglia fondatrice. Ovviamente età e dimensione dell’azienda sono correlate. È anche vero che quando l’azienda esportatrice supera una certa dimensione comincia a essere interessante per le concorrenti. Chi scrive parlava, a suo tempo, della trappola dei 250 posti di lavoro. Questo perché raramente l’azienda industriale ticinese riusciva a mantenersi indipendente quando superava questa dimensione: normalmente veniva assorbita da una concorrente di fuori Cantone.