Il futuro si rinnova ogni giorno

by Claudia
5 Maggio 2025

Perché qualsiasi modello predittivo di ciò che sarà non si è mai dimostrato affidabile

Se il futuro fosse una specie di territorio inesplorato allora basterebbe inviarvi una squadra di esploratori i quali, compiuto il proprio lavoro, ci direbbero di cosa si tratta. Ma il futuro non è una porzione di spazio né un oggetto da poter analizzare con le tecniche scientifiche più sofisticate. Esso, nella sua accezione più generica, è, come direbbe un filosofo della scienza, un concetto senza riferimenti empirici, una mera allusione omnicomprensiva nella quale i mutamenti e le costanti dei più disparati ambiti della realtà – naturali, economici, politici e sociali – vengono descritti secondo «scenari» costruiti sulla base delle tendenze rilevate oggi.

La logica alla base di tutto questo è un atteggiamento simile a quello che ci guida nella stessa vita quotidiana. In effetti, quando diciamo «poiché sono convinto che, nel futuro che mi riguarda, succederà questo o quello, mi preparo a…» nella tacita speranza che, nel frattempo, qualcosa attorno a noi non cambi improvvisamente.

Da Bacone a Bertrand de Jouvenel fino alle note anticipazioni del Club di Roma e includendo le nostre esperienze personali, ogni sforzo di previsione si regge sul principio del ceteris paribus. Secondo questa assunzione, se disponiamo di modelli che esprimono tendenze probabili in vari settori ritenuti «chiave» del futuro, allora possiamo ricavarne un quadro plausibile proiettando i dati e le tendenze in una ragionevole estensione temporale, ma assumendo che altre cose, escluse dal modello, non intervengano cambiando le carte in tavola.

Tuttavia, è proprio qui che il futuro riesce a sottrarsi alla nostra presunzione e a rinnovarsi in continuazione. Innanzitutto, qualsiasi modello, poiché include necessariamente più tendenze caratterizzate da proprie probabilità, risulta sempre, nel suo insieme, aleatoriamente affidabile. Ma, poi, interviene l’imponderabilità dei sudden events, ossia di fenomeni non solo non previsti ma intrinsecamente imprevedibili, come massicci eventi naturali, positivi o negativi per la specie umana, oppure eventi direttamente umani, come guerre improvvise, ribaltamenti geopolitici ma anche scoperte o invenzioni dalle conseguenze letteralmente inimmaginabili. Basti pensare alle invenzioni storiche e attuali più rilevanti: dai motori a vapore a quelli elettrici, dalle automobili al telefono o al computer e, oggi, alla diffusione, di ampiezza mondiale, dei dispositivi software e hardware destinati alla connessione fra individui e organizzazioni, aziende e governi. Senza dimenticare l’improvvisa irruzione nella vita quotidiana quanto in quella istituzionale, della nuova versione di intelligenza artificiale. Ciò che conta è che nessuna di queste innovazioni era prevedibile e che, una volta avvenuta, una più o meno articolata invenzione non raramente si mostra capace di cambiare il corso di tutta una serie di altre attività, fino a mutamenti complessivi che, non a torto, spesso definiamo come epocali. In altre parole, già mille «futuri» sono passati davanti ai nostri occhi e nemmeno uno di essi è stato pre-definito né, tanto meno, programmato. Anche nella sola analisi economica, per portare un ulteriore esempio, si emettono spesso previsioni ritenute affidabili ma, al di là del cosiddetto «breve periodo», nel quale peraltro gli errori di stima sono comunque molto frequenti, il ceteris paribus perde ogni valore e gli eventi imprevisti irrompono sulla scena costringendo gli analisti a rivedere continuamente il quadro complessivo.

Negli anni Ottanta mi capitò di fare visita all’Institute for the Future di Palo Alto, California. Lo spirito che animava i ricercatori era, in fondo, quello stesso che anima ogni scienziato: scoprire cose nuove secondo un metodo razionale. Purtroppo, però, la futurologia non può portare il futuro in laboratorio per studiarlo da vicino come farebbero un fisico o un biologo con i propri oggetti di studio. D’altra parte, non è nemmeno possibile immaginare una sorta di Storia del futuro poiché gli storici studiano il passato attraverso i documenti disponibili e, sul futuro, ovviamente manca qualsivoglia documentazione anche perché, come direbbe Sant’Agostino, esso non esiste, se non come astrazione. Un’astrazione che, giorno dopo giorno, si trasforma in realtà a più livelli ed è del tutto ingenuo pensare che, tali livelli, si possano sintetizzare in un modello che regga più di ventiquattro ore.