Il caso della giornalista Masha Gessen e il ruolo degli intellettuali nel conflitto israelo-palestinese
Nel 2023 la fondazione politica tedesca Heinrich Böll ha assegnato il premio Hannah Arendt a Masha Gessen, giornalista e scrittrice russa di origini ebraiche. Nata a Mosca nel 1967, Gessen è emigrata negli Stati Uniti dove tra le altre cose è nota per il suo attivismo per i diritti lgbt e per la sua ferma opposizione alla politica di Putin, soprattutto in seguito all’invasione dell’Ucraina. Il 9 dicembre scorso, tuttavia, con un lungo articolo apparso sulla celebre testata «New Yorker» sotto il titolo All’ombra dell’Olocausto, Gessen ha sfidato un tabù europeo mettendo in relazione le politiche della memoria con quanto avviene a Gaza e in Israele. Ciò che più sembra aver scatenato imbarazzo e malumore in Germania è la sua assimilazione di Gaza ai ghetti dell’Europa occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. In particolare, la definizione di Gaza come un ghetto in attesa di essere liquidato ha messo in discussione l’assegnazione del premio che, alla fine, le è stato consegnato a porte chiuse e con un giorno di ritardo rispetto alla cerimonia pubblica inizialmente prevista.
Polemiche per un imbarazzante paragone storico
La vicenda, che richiama inevitabilmente quella della scrittrice palestinese Adania Shibli che avrebbe dovuto ricevere il premio alla Fiera del Libro di Francoforte lo scorso ottobre, non stupisce. Da tempo le istituzioni tedesche silenziano intellettuali palestinesi ed ebrei critici verso le politiche di Israele, soprattutto se sostenitori del movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni). Fino al 7 ottobre a uno sguardo indulgente questa politica poteva anche sembrare un eccesso di zelo della Germania impegnata, con la rigidità che la contraddistingue, nella riabilitazione del proprio imbarazzante passato. Tuttavia, alla luce della gravità del conflitto in corso, nonché della tragedia che si consuma a Gaza da settimane, favorire la politica di Israele senza se e senza ma, collaborando anche alla caccia alle streghe della coalizione di Netanyahu, assume i contorni di una responsabilità che va ben oltre l’ironico paradosso insito nel fatto che Hanna Arendt, alla quale è intitolato il premio, non l’avrebbe probabilmente mai vinto a causa della sua aspra critica verso il giovane stato ebraico.
Benché nel discorso pronunciato in occasione del ritiro del premio, Gessen abbia ribadito le proprie posizioni facendo leva sull’opportunità di imparare dai paragoni offertici dalla storia, opterei per sospendere il giudizio sulla forma per concentrarci sui contenuti. Se è possibile infatti continuare a interrogarsi sul fatto se l’utilizzo della terminologia della Shoah nella comunicazione inerente al conflitto israelo-palestinese sia appropriato, l’urgenza impone di concentrarci sulla ricerca della verità e sul messaggio che si desidera far pervenire. Una delle maggiori sfide che gli israeliani, e gli ebrei in generale, si trovano ad affrontare in questo delicato frangente è la necessità di disintossicarsi dalla dipendenza dalle distorsioni che, sottoforma di bugie od omissioni, si insinuano nelle coscienze determinando inevitabilmente emozioni e condotte. Sotto shock per gli orrendi massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre, in angoscia per il destino di ostaggi e soldati, tra funerali ed elogi funebri gli israeliani sono diventati bersaglio della loro stessa propaganda informativa che, inizialmente destinata al resto del mondo, finisce per ritorcersi contro di loro. Mentre la retorica dei portavoce dell’esercito e le conferenze stampa del gabinetto inneggiano alle prodezze militari, cammuffando gli errori per indorare la pillola alle famiglie delle vittime del 7 ottobre, alle madri che piangono figli che tornano da Gaza nelle bare o ai parenti logorati degli ostaggi il cui ritorno sembra ormai una chimera, i media trasmettono ogni ora di ogni giorno video e interviste che ripropongono senza sosta le storie delle vittime, la crudeltà dei massacri, le torture subite dagli ostaggi, le vite troncate dei soldati bambini. Il fatto stesso che i canali televisivi non trasmettano nemmeno un’intervista ai civili di Gaza rende gli israeliani indifferenti, insensibili, apparentemente gli unici ignari delle proporzioni della catastrofe in corso a Gaza e della quale il mondo intero è spettatore inerme. Così, la censura plasma la mente e il cuore dei civili feriti, impauriti, stanchi, aggressivi e desiderosi di vendetta e la società è realmente in ginocchio, logorata e incastrata nella narrativa di eterna e odiata vittima. Mentre i politici della destra estremista incitano alla vendetta, alla pulizia etnica e al genocidio, quelli che si auto definiscono «liberali» avallano misure che violano espressamente la libertà di espressione e di manifestazione, rimuovono dai loro posti di lavoro palestinesi con passaporto israeliano e concedono l’immunità a chi uccide indiscriminatamente. In un simile contesto non sembra esserci posto per una presa di responsabilità e, proseguendo a ignorare gli effetti devastanti dell’occupazione, nella migliore delle ipotesi si proietta ogni male su Netanyahu e il suo governo, benché la sua politica nei confronti di palestinesi non sia poi così diversa da quella dei predecessori, né si intravedono successori con intenti migliori.
La propaganda israeliana non dà voce ai palestinesi
Di fronte alla morte di migliaia di persone, inclusi donne, vecchi e bambini innocenti, la pazienza del mondo e di Biden si vanno esaurendo. In questo scenario, dove persino gli psicoanalisti subiscono il fascino delle divise militari, il ruolo degli intellettuali è indispensabile nel loro tentativo di invertire la rotta della disumanizzazione dell’altro, una deriva che il professor Yeshayahu Leibowitz aveva predetto con lungimiranza già nel 1967 all’indomani della Guerra dei Sei Giorni.
L’istanza degli intellettuali come Gessen, emigrante cosmopolita e immune alla seduzione dell’odio, è quella di acconsentire di vedere l’altro, il «nemico», nella sua umanità, esponendosi con onestà al dolore dei suoi traumi e mettendo coraggiosamente in discussione le proprie verità, poiché la pace e la sicurezza in Israele-Palestina non verranno dalla rioccupazione di Gaza, bensì da un cambiamento radicale che deve avere come premessa la concessione indiscriminata dei diritti fondamentali.
Quello che le istituzioni tedesche ed europee non sembrano afferrare è che farsi onesti garanti della sopravvivenza di Israele significa immaginare un futuro di pace e coesistenza per tutti i suoi abitanti. Tale prospettiva richiede un cambiamento di coscienze che non può che passare attraverso la narrazione di quella verità critica che gli intellettuali cercano coraggiosamente di affermare, talvolta mettendo a repentaglio la propria vita. Supportarli, invece di osteggiarli, è un atto di amore verso Israele, anche se la resistenza emotiva al loro messaggio impedisce di comprenderlo come tale.
Interpretare il conflitto in un’ottica globale condita di islamofobia e dalla minaccia di espansione del conflitto con l’ingresso di attori come l’Iran non è risolutivo per i due popoli che convivono l’uno a fianco dell’altro. Al contrario rischia di perpetuare le ingiustizie radicate. «La guerra proseguirà alcuni mesi», hanno annunciato la scorsa settimana i vertici israeliani. E dopo? Ci sarà ancora posto per l’umanità? Cosa avranno vinto gli israeliani mentre i consensi di Hamas non fanno che salire tra i palestinesi, insieme all’antisemitismo e alla disapprovazione del mondo intero, e mentre la Cisgiordania è una pentola a pressione sul punto di esplodere? Il popolo ebraico è resiliente e possiede delle doti straordinarie, come dimostrano le manifestazioni che proseguono ininterrottamente anche sotto la pioggia, la generosità e le infinite iniziative di solidarietà e volontariato di questi mesi. Si tratta davvero di energie rare e preziose, ma che tuttavia vanno sradicate dall’autoreferenzialità e incanalate con pazienza verso il riconoscimento dell’altro e dei suoi diritti, e la cessazione della prevaricazione. È un lungo lavoro che può partire dalle scuole, magari cominciando proprio da quelle europee.
